La Croazia e quel discorso in sospeso con la Storia

“Dovete capire una cosa sulla gente croata. Dopo tutto quello che ci è successo, dopo la guerra, siamo più forti. Quello che abbiamo passato è stato molto duro. Oggi siamo persone difficili da rompere. E siamo determinati nel dimostrare che possiamo raggiungere il successo.” – Luka Modric

La storia è nota: non ci fosse stata la guerra, la Jugoslavia avrebbe vinto gli Europei scandinavi del 1992, e magari pure i successivi Mondiali americani. È una storia, e va presa come tale, come tutte le leggende romantiche che immaginano impossibili ucronie (ne abbiamo una anche qua in Italia: se non ci fosse stata la tragedia di Superga, l’Italia avrebbe vinto i Mondiali del 1950 in Brasile).

La dissoluzione della Jugoslavia ha rappresentato il secondo tragico tassello della caduta del comunismo in Europa; da sotto il tappeto di Tito emersero i nazionalismi e le furiose violenze della guerra civile, fantasmi che ancora oggi agitano i Balcani dalla Bosnia al Kosovo. Sul fronte del calcio, i “brasiliani d’Europa” furono privati del grande sogno che avevano sempre inseguito senza successo. Una generazione di fenomeni reduce da risultati che avevano alimentato le speranze di tutti: campioni del mondo Under 20 in Cile nel 1987, vicecampioni d’Europa Under 21 nel 1990, e nello stesso anno eliminati solo ai rigori nei quarti di finale del Mondiale italiano dall’Argentina di Maradona; nel 1991, poi, la Stella Rossa di Belgrado conquistava la sua prima Coppa dei Campioni, superando in finale il Marsiglia.

1990

Che la Croazia sia sempre stata considerata la degna erede di quella squadra è un dato di fatto: esclusi alcuni giocatori di svariate provenienze (i serbi Sinisa Mihajlovic, Dragan Stojkovic e Pedrag Mijatovic; lo sloveno Srecko Katanec; il montenegrino Dejan Savicevic; il macedone Darko Pancev), le stelle della Jugoslavia provenivano tutte dalla Dinamo Zagabria o dallo Hajduk Spalato (Robert Jarni, Zvonimir Boban, Robert Prosinecki, Alen Boksic e Davor Suker). Dopo la guerra – che simbolicamente, si dice, era scoppiata già nel 1990 allo stadio Maksimir di Belgrado, coi tafferugli tra tifosi serbi della Stella Rossa e croati della Dinamo Zagabria, e con Boban che ebbe un ruolo molto rilevante nella disputa, prendendo a calci un poliziotto per difendere un proprio tifoso – i suoi talenti divennero migranti del pallone, disperdendosi tra Francia, Italia e Spagna. Poi, pochi anni dopo, qualificarono la Croazia ai Mondiali del 1998, dove chiusero al terzo posto. Sembrava avessero chiuso finalmente quel cerchio con la Storia, e invece ne avevano appena aperto un altro.

La Croazia del 1998 cedette solo alla Francia, padrona di casa e poi vincitrice del titolo; la stessa Francia che ora, vent’anni dopo, i figli di Prosinecki, Suker e Boban hanno ritrovato in finale in Russia, allenata dal Didier Deschamps che nel 1998 era uno dei leader dei transaplini. Dalla generazione che la guerra l’ha vista scoppiare ed è riuscita a fuggire, alla generazione che con la guerra ci è cresciuta: non è un caso che l’uomo simbolo sia Luka Modric, sia per le capacità tecniche sia per la sua storia, quella di un ragazzo che ha visto uccidere il nonno dai serbi, e che ha vissuto come un rifugiato per gran parte della propria infanzia. Migranti pure loro, ma non solo del pallone: Dejan Lovren è fuggito con la famiglia a Monaco di Baviera quando aveva appena tre anni, e lì ne ha passati altri sette; sempre in Germania fuggì la famiglia di Mario Mandzukic, stabilendosi vicino a Stoccarda fino al 1996; Mateo Kovacic è nato a Linz, in Austria, dopo che i suoi genitori avevano abbandonato la Jugoslavia. Oggi, giocano lo stesso tutti all’estero, dispersi tra i maggiori campionati europei.

Soccer - World Cup France 98 - Third Place Play-Off - Holland v Croatia
Davor Suker, capocannoniere di Francia ’98, e Zvonimir Boban.

Ma la Croazia, oggi, è anche molto altro. È un paese travolto dal fanatismo nazionalista, che glorifica i nazisti ustascia che collaborarono con la Germania durante la Seconda Guerra Mondiale e celebra come “Padre della Patria” Franjo Tudjman. Pochi anni fa, Josip Simunic celebrava una vittoria nella qualificazioni mondiali andando sotto la sua curva urlando “Za Dom?” e facendosi rispondere dal pubblico “Spremni!”: “Per la Patria? Pronti!”, il grido di battaglia ustascia. Lo stesso che, ripreso da una canzone della band di estrema destra Thompson, è stato intonato spensieratamente dai giocatori di questa Croazia, dopo la vittoria sull’Argentina a Russia 2018, e poi postato sui social network proprio da Dejan Lovren.

Solo il portiere Danijel Subasic sembra sfuggire alla trappola del nazionalismo croato. Lui, che è figlio di un serbo e di una croata e, cresciuto durante la guerra, veniva accusato dai suoi compagni di classe per le origini paterne, e col calcio ha trovato un riscatto sociale che altri serbo-croati non hanno mai avuto, da un lato o dall’altro di quel confine. Subasic forse ha compreso che il discorso in sospeso con la Storia non riguarda il Mondiale di calcio, perché la loro generazione non si è persa un trionfo sportivo come quella di Prosinecki, Boban e Suker; ma forse si sono persi qualcosa di ben più importante, sotto le bombe del 1992.

 

Fonti

BARBIERI Claudio, Jugoslavia ’92: i campioni mancati, SkySport

-CABRIO Pietro, Le nazionali di calcio che non esistono più, Il Post

CRUCCO Matteo, C’era una volta la Jugoslavia, il Brasile d’Europa, Corriere della Sera

GORI Alessandro, La guerra è iniziata al Maksimir, Futbologia

MANUSIA Daniele, Italia ’90: E se avesse vinto la Jugoslavia?, Vice

PASTORE Giuseppe, La prima grande Croazia, L’Ultimo Uomo

PEGORARO Paolo, L’ultima recita della Jugoslavia, lo squadrone polverizzato dalla guerra, Eurosport

PISAPIA Luca, Calcio, 25 anni fa andava in frantumi la Jugoslavia e con lei svaniva la nazionale più bella: “il Brasile d’Europa”, Il Fatto Quotidiano

SERAFINI Luca, Dalle bombe alla finale: la storia di Luka Modric, cresciuto da rifugiato in fuga dalla guerra, TPI

TOMIC Ante, Ecco perché il nazionalismo è una stronzata, Jutarnij, riportato in Osservatorio Balcani e Caucaso

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