La battaglia di Leonel Sánchez

“Leonel Sánchez: di origini modeste, ma un cavaliere in campo. E un carrarmato.” – Luis Sepúlveda

Leonel Sánchez passa alla storia, in Europa, come la violenta ala sinistra cilena del 1962; in Italia in particolare, come lo scorretto e vigliacco generale nemico sul campo di battaglia di Santiago durante la partita più infame della storia del calcio. In Cile è un mezzo eroe nazionale, e non solo per quello che accadde il 2 giugno 1962: è stato uno dei più grandi calciatori cileni della storia, stella di una Roja nel suo miglior periodo storico.

Ma la battaglia di Santiago, è un qualcosa che non può non restare a curriculum. Nel 1962, durante i Mondiali che si disputano proprio in Cile, i padroni di casa si trovano ad affrontare l’Italia nella seconda partita del girone eliminatorio, e in men che non si dica il calcio abbandona il campo per lasciare spazio alla guerra. I falli si ammucchiano senza pietà, l’arbitro inglese Aston non sa bene come mantenere l’ordine, due italiani vengono espulsi ma i cileni restano inspiegabilmente immacolati, dai falli di gioco si passa ai pugni in faccia. Finisce 2-0 per il Cile, ma il risultato ha valore relativo; si contano le perdite: tre italiani tra espulsi e feriti, nessun cileno.

Se davvero si è trattato di un conflitto, Leonel Sánchez ne è stato l’eroico protagonista. Dopo sette minuti tira un pugno in faccia a Humberto Maschio, ma Aston non vede perché è impegnato a cacciare dal campo un altro italiano, Giorgio Ferrini, per un fallo di reazione. Ferrini non ne vuole sapere, accusa l’arbitro di proteggere i cileni, e alla fine devono intervenire i carabineros per convincerlo a uscire dal campo. Al 38′, Mario David ferma duramente la corsa di Sánchez, che si rialza e colpisce con un pugno il difensore del Milan. Poco dopo, sempre David compie un intervento a camba alta sull’ala cilena, prendendolo alla spalla, e viene espulso. Ancora una volta, carabineros in campo per riportare l’ordine.

Ma come si è arrivati alla battaglia di Santiago? La gente non inizia a picchiarsi così, senza una ragione, soprattutto se è pagata per giocare a calcio e sta disputando la competizione più amata e rispettata al mondo. Nelle retrovie della storia di quella partita si annida una vicenda di nazionalismo, crisi sociale e pessimo giornalismo.

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I carabineros cileni cercano di placare la protesta del libero milanista Sandro Salvadore, durante Italia-Cile del 1962.

Poco prima dell’inizio dei Mondiali, Corrado Pizzinelli scrive due articoli da Santiago, uno pubblicato su La Nazione e l’altro sul Resto del Carlino. Ne esce un ritratto desolante del Cile, una nazione povera e derelitta: “Denutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo, miseria, sotto questi aspetti il Cile è terribile e Santiago dolorosamente viva”; “il Cile sul piano del sottosviluppo deve essere messo alla pari di tanti paesi dell’Asia e dell’Africa, gli abitanti di quei continenti sono dei non progrediti, questi sono dei regrediti”. Pizzinelli non è un giornalista sportivo, ma è lo stesso un inviato esperto, uno che nel 1949 era riuscito ad arrivare in Cina e raccontare gli albori del paese di Mao Zedong: il suo giornale lo ha mandato a Santiago a scrivere un ritratto di un paese marginale nella storia del mondo che stava per ospitare un evento che molti ritenevano fuori dalla sua portata.

Antonio Ghirelli è anche più celebre di Pizzinelli. È un giornalista di lungo corso, un socialista (ex-comunista) che ha scritto per l’Unità, nonché una delle penne principali del giornalismo sportivo italiano: ha diretto la redazione romana della Gazzetta dello Sport e nel 1959 è divenuto direttore di Tuttosport. Ghirelli arriva a Santiago e manda al Corriere della Sera un articolo altrettando poco lusinghiero sul paese sudamericano, di cui mette in evidenza le carenze economiche e tecnologiche: “La capitale dispone di settecento posti letto. Il telefono non funziona. I tassì sono rari come i mariti fedeli. Un cablogramma per l’Europa costa un occhio della testa. Una lettera impiega cinque giorni”. Aggiunge anche che il Cile “ha accettato di organizzare questa edizione della Coppa Rimet, come Mussolini accettò di mandare la nostra aviazione a bombardare Londra”.

Che il Mondiale si dovesse disputare in Sudamerica, dopo due edizioni consecutive in Europa, era scontato, se non si voleva un boicottaggio in stile 1938; ma la nazione destinata a fare da ospite sarebbe dovuta essere l’Argentina, l’unica dei grandi paesi del continente che ancora non aveva organizzato il torneo. La candidatura del Cile fu accolta più per ragioni simboliche di pluralismo che per avere una reale scelta. Ma i cileni seppero giocarsi bene le proprie carte, sostenuti anche dal Brasile – che aveva poco interesse nel vedere un Mondiale in casa degli storici rivali – e dalla situazione politica argentina, che nel 1955 aveva visto la fine del decennio peronista a causa di un golpe militare, e l’instaurazione di un regime repressivo e violento. Così, nel 1956, l’organizzazione del torneo fu assegnata a sorpresa al Cile. Molti paesi, soprattutto europei, avevano espresso il loro disappunto per il risultato della votazione, e tra di essi c’era l’Italia.

Nessuno credeva che un paese povero e arretrato come il Cile, per giunta senza grande tradizione calcistica – una sola partecipazione, nel 1930 – potesse essere in grado di gestire il torneo. Ma nel 1958 al potere era salito il liberale Jorge Alessandri, propugnatore di una riforma economica incentrata sull’imprenditorialità privata e l’istituzione di una nuova moneta nazionale, che ambiva a lanciare finalmente una nuova fase di sviluppo. Due anni dopo, però, un tremendo terremoto devastava il Cile, causando 3mila morti e quasi 800 milioni di dollari di danni: era questo il paese che Ghirelli e Pizzinelli volevano raccontare, quello che usciva da un cataclisma. I loro articoli inseguivano innanzitutto la pornografia della povertà e della sofferenza.

Ciò che gli era sfuggito era che il Cile stava vivendo, come molti paesi sudamericani, sommovimenti sociali molto forti: in risposta alla crescita della sinistra (che nel 1970 avrebbe vinto le elezioni con Salvador Allende) dovuta alla povertà e al malcontento delle fasce popolari, andava sempre più radicalizzandosi una destra reazionaria e nazionalista, sul cui fuoco soffiavano gli Stati Uniti. Alessandri, oltre ai liberali, godeva infatti dell’appoggio del Partido Conservador Unido e si era posto come grande amico degli americani contro all’avanzata dei comunisti. Il peggio, comunque, lo avrebbe dato dopo i Mondiali, tentando di proporre una riforma costituzionale per aumentare i poteri del presidente, che però verrà bloccata dalle proteste dell’opposizione; negli anni Settanta, Alessandri sarà uno dei principali sostenitori della dittatura fascista di Pinochet e, in qualità di presidente del Consiglio di Stato, potrà riproporre la sua riforma e dare legittimità legale al regime.

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Una celebre foto della città di Valdivia, nel sud del Cile, subito dopo il terremoto del 1960 di cui fu epicentro: con una magnitudo di 9,5 gradi, si tratta del più forte terremoto mai registrato. Devastò l’intera città, fece esondare diversi fiumi e causò uno tsunami che colpì le Hawaii e le coste del Giappone.

In questo clima – con il paese logorato da un nazionalismo montante, e dai problemi socio-economici aggravati dalle sofferenze del terremoto – in Cile gli articoli della stampa italiana vengono ricevuti malissimo. Un giorno, un giornalista argentino inviato a Santiago viene scambiato per italiano e aggredito da dei tifosi. Capita l’aria che tira, Pizzinelli e Ghirelli scelgono di rientrare a Roma: d’ora in avanti, saranno affari di qualcun altro.

Il quotidiano locale El Mercurio, decide di tradurre e pubblicare uno degli articoli incriminati sulle proprie pagine proprio pochi giorni prima della partita. Las Últimas Noticias va oltre, e dice che gli italiani sono “fascisti, mafiosi, maniaci sessuali e drogati” (quest’ultima accusa, riferita al caso di Guarneri, Bicicli e Zaglio, tre calciatori dell’Inter che a febbraio erano risultati positivi a un test antidoping; poi, è vero anche che nessuno dei tre giocava in nazionale, ma fa nulla). La Revista Estadio aggiunge, infine: “Anche noi abbiamo visto la povertà del Sud Italia (durante la tournée della nazionale in Europa), ma abbiamo preferito parlare delle meraviglie di Venezia e Firenze”.

La Federazione italiana, compreso la spiacevole situazione, decide di fare un gesto distensivo, cercando di calmare gli animi durante la conferenza stampa e annunciando che i giocatori della nazionale avrebbero fatto visita al monumento degli eroi cileni a Santiago per deporvi dei fiori. Al momento di scendere in campo all’Estadio Nacional, gli Azzurri portano mazzi di garofani bianchi, che offrono al pubblico. Il quale, per tutta risposta, li ributta indietro tra sonori fischi. Il resto lo sapete.

In Italia, i media passano al contrattacco. La RAI mette particolare enfasi nel sottolineare l’inaudita violenza dei cileni: le immagini del pugno di Sánchez a Maschio vengono riproposte continuamente, mandate al rallentatore (una tecnica all’epoca praticamente mai usata in televisione) per rendere chiaro a tutti il crimine dell’ala sudamericana. La stampa si scaglia a peso morto contro l’arbitro Aston : viene accusato di incompetenza e di corruzione, e riempito d’insulti. Rientrato in Inghilterra, si scusa dicendo: “Non stavo arbitrando una partita di calcio, facevo il giudice in un conflitto militare”. Ma praticamente non arbitrerà più. Oggi è ricordato soprattutto per la sua incapacità di gestire quella partita, ma in realtà è stato uno dei migliori arbitri della storia, protagonista e ispiratore di numerose innovazioni, tra cui quella dei cartellini, ideata da dirigente in seguito ai Mondiali del 1966.

Per diversi giorni dopo la battaglia di Santiago, il governo italiano decide di aumentare le forze dell’ordine a protezione del consolato cileno a Milano, temendo disordini. Un anno dopo, la tensione in Italia non s’è ancora del tutto placata; eppure Leonel Sánchez sbarca a Milano: si gioca un torneo amichevole con i due club cittadini e il Santos di Pelé, e il Milan – da tempo in cerca di un’ala sinistra – ha invitato l’asso dell’Universidad de Chile a sostenere un provino in maglia rossonera. Sánchez ha 27 anni, ha già vinto due campionati in patria, è stato il capocannoniere dei Mondiali del 1962, e ora lo vogliono in tanti, compresi Real Madrid, Juventus e lo stesso Santos. Nessun calciatore cileno, nemmeno il grande Enrique Hormazábal, è mai stato così popolare all’estero.

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Leonel Sánchez in maglia rossonera, primo in basso da destra.

Il Milan è reduce dalla conquista della Coppa dei Campioni (prima squadra italiana a vincere la competizione) e in rosa ha ben sei reduci del Mondiale 1962, tra cui proprio il grande avversario di Sánchez, Mario David. Ma per il bene comune si supera ogni cosa: Sánchez si presenta in sede per la firma del contratto, accolto dai dirigenti, dall’allenatore, dal capitano Maldini e proprio da David; i due si stringono la mano e tutto è alle spalle.

Il che non significa che l’accoglienza sarà agile. Al Milan gioca anche il brasiliano Dino Sani, che il cileno lo ha incontrato da avversario in Sudamerica, e lo descrive come un giocatore temibile, “perché non si sa mai se, quando calcia, vuol prendere il pallone o la gamba dell’avversario”. Lo intervista Gianni De Felice del Corriere della Sera, e ovviamente gli chiede della battaglia di Santiago, e Sánchez, un po’ in imbarazzo, se ne esce dicendo: “Credo di non aver fatto nulla che richieda un perdono. Voglio solo esprimere una buona volta la mia opinione su quell’episodio che voi italiani mostrate di ricordare così bene: da quando si gioca a calcio, di pugni i giocatori se ne sono sempre dati e di incidenti in un incontro se ne sono sempre visti”. Dice anche che sì, in effetti aveva sbagliato e andava espulso anche lui, ma che la colpa fu di Aston, e ancor di più dei giornalisti italiani che “ci avevano descritto come un Paese del terzo mondo”.

L’esordio in campo è discreto, per alcuni addirittura promettente. In attesa dell’ufficializzazione del contratto, il cileno rientra in Sudamerica; ma nel frattempo arrivano alcune voci: il Milan ha un solo posto di straniero disponibile e se lo giocano lui e altri due; forse potrebbe essere prestato al Genoa, o ceduto al Torino in cambio di Joaquín Peiró. Dal Cile, Leonel Sánchez mugugna; i giorni passano, e il Milan non chiude l’affare. Lui si lamenta con la stampa cilena e dice che è stufo: il club non si sta comportando in maniera seria, il trasferimento salta. Alla fine, il Milan ripiegherà su Amarildo, un’altra rivelazione del Mondiale del 1962. Tre anni dopo, a Sunderland, Italia e Cile si affronteranno di nuovo in Coppa del Mondo, e stavolta finirà 2-0 per gli Azzurri.

La carriera di Leonel Sánchez proseguirà per altri sette anni, vincendo ancora quattro campionati con l’Universidad de Chile e uno col Colo Colo. Finisce pure in carcere: lo prendono per una strada di Santiago, mentre picchia sua moglie; un uomo interviene per fermarlo e picchia pure lui. Nelle sue maniere c’è tutto il microcosmo di un’infanzia difficile trascorsa in un quartiere povero e con un padre che faceva il pugile, da cui aveva imparato a difendersi con le mani prima ancora che a parole. “Non ero un santo. Certo, se mi picchiavano, rispondevo sempre”.

 

Fonti

BIANCHI Felipe, Se cumplen 50 años de “La Batalla de Santiago”, BBC Mundo

CONSOLO Ernesto, Inter-Milan: gioca Leonel Sanchez, il pugile, Il Nobile Calcio

MANGINI Claudio, Cile 1962, la battaglia di Santiago, Il Secolo XIX

PENDLETON Ken, The Battle of Santiago, US Soccer Players

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