Quique Setién, l’integralista

“Giocano così. A volte gli va bene, a volte gli va male. Per questo stanno a fondo classifica.” – Quique Setién

Basterebbe un aneddoto per definire tutto l’universo che alberga nella mente di Quique Setién: la prima volta che vide giocare il Barcellona di Cruijff, e gli si aprì la mente. Era il 1988: in estate, il trentenne Setién aveva lasciato l’Atlético Madrid per il più modesto Club Deportivo Logroñés, e in contemporanea l’olandese passava dall’Ajax al Barça, ponendo le basi per il loro incontro nella stagione successiva.

Per il centrocampista cantabrico, fu la rivelazione della vita. Cresciuto in una famiglia povera, con due fratelli e il padre che doveva badare a tutti dopo la prematura morte della moglie, a 14 anni si mise a lavorare per dare una mano alle finanze di casa, fino a che il Racing Santander non gli propose un contratto professionistico che diede il via a una buona carriera. Ma già da allora, Setién aveva l’impronta dell’allenatore: quando, ancora adolescente, giocava nel modesto Perines, era solito redigere una sorta di diario battuto a macchina su una Olivetti, in cui annotava le sue impressioni sull’ultima partita.

In campo giocava alla stessa maniera in cui poi avrebbe allenato: movimento, pressing, passagi frequenti per coinvolgere i compagni. Da allenatore, però, la strada per affermarsi fu lunga e tortuosa. Arrivò a sedersi per la prima volta in panchina solo nell’autunno del 2001, quando affiancò Nando Yosu sulla panchina del suo Racing, del quale era stato direttore sportivo fino a pochi giorni prima, in Segunda División. Iniziò così un viaggio di auto-affermazione tattica che presto si scontrò con le difficoltà ambientali delle serie minori spagnole: senza cambiare di categoria, durò appena quindici partite sulla panchina del Polidesportivo Ejido, con due sole vittorie all’attivo.

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Setién giocatore, con la maglia del Racing Santander, in cui ha militato tra il 1977 e il 1985, e di nuovo dal 1992 al 1996.

Un altro avrebbe pensato che, viste le condizioni tecniche della squadra, era meglio cercare di sviluppare un gioco meno spettacolare e più adatto alle capacità dei suoi giocatori, ma Quique Setién dimostrò fin da allora di non essere uomo da compromessi, proprio come Cruijff. Rimase due anni fermo, e alla fine accettò la chiamata della nazionale della Guinea Equatoriale: mise in chiaro cosa voleva e qual era il suo piano per ottenerlo; di concerto con la Federazione e il governo locali varò un ambizioso progetto di selezione e allenamento di giovani promesse, per forgiare i giocatori di cui aveva bisogno per il suo calcio. Doveva essere una cosa mai vista in Africa, e in effetti nessuno la vide: la politica guineana gli aveva fatto promesse che non intendeva mantenere, e dopo una sola partita si dimise e se ne tornò in Spagna. Niente compromessi, avanti così.

Lo accolse, di nuovo, il Logroñés, scivolato nella terza serie spagnola. Una stagione, bel gioco e troppe sconfitte, e infine l’esonero, e di nuovo appiedato: a 50 anni, la sua carriera da allenatore non era mai decollata, e qualcuno pensava che non lo avrebbe mai fatto, perché nella vita devi saperti moderare. Nel 2009, ancora in Segunda División B, ma stavolta nella remota Galizia, assunse la direzione del Lugo.

Anni dopo, Setién avrebbe confessato a Filippo Maria Ricci della Gazzetta dello Sport che il solo modo di giocare che conosce è quello d’attacco, anche se sa che poi rischia di farsi infilare in contropiede. Non è una cosa che, per lui, riaguarda solo il calcio: sembra piuttosto una filosofia di vita, che prima ancora che nel pallone ha appreso negli scacchi, sua grande passione e gioco di posizione per eccellenza. “Credo che abbiamo un impegno morale nei confronti dello spettacolo” dice, e lo fa probabilmente con il tono di fedele ortodosso.

A Lugo gli fecero subito presente che quel gioco che voleva lui, con giocatori di scarso livello e su uno sconnesso campo di provincia, era più che un’utopia. Tre stagioni dopo, il pubblico assisteva a una squadra ultra-offensiva che raggiungeva la promozione in Segunda División a suon di reti: la storia di Quique Setién ricominciò qui, nello stesso momento in cui un altro maestro del calcio posizionale applicato alla provincia, Maurizio Sarri, firmava come allenatore dell’Empoli.

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Quique Setién, portato in trionfo dai giocatori del Lugo.

L’anno seguente ottenne una buona salvezza, ma uno dei momenti simbolo della sua stagione – e, per estensione, della sua intera storia – fu una sconfitta, o meglio ciò che ne seguì. I galiziani avevano perso di misura, ma in casa propria, contro l’Alcorcón, una squadra che, in controtendenza con lo spirito iberico, praticava un calcio visceralmente difensivista e che, all’epoca, si trovava in alta classifica: il loro tecnico, José Bordalás era la nemesi implicita di tutto ciò che Setién rappresentava. “Spero non vengano promossi: vederli giocare mi dà pena.” E tanti saluti a tutte le storie sul rispetto degli avversari.

Questa “superiorità morale” del gioco offensivo su quello difensivo è parte di Quique Setién tanto quanto il gioco stesso: un giocatore d’attacco che è divenuto un allenatore d’attacco, e che nell’offensiva espone la propria forma mentis. Il fatto che difendesse il suo integralismo anche in assenza di grandi risultati, era solamente la controprova della sua granitica convinzione. Intanto, i detrattori galiziani della prima ora erano stati zittiti.

Da Lugo, per trovare la Primera División dovette relegarsi in una provincia ancora più lontana: Las Palmas, Isole Canarie, il territorio spagnolo più lontano che ci sia. La sua rivoluzione è facilmente riassumibile con quello che fece con Roque Mesa, il trequartista e idolo locale che Quique Setién decise di reinventare interno in un centrocampo a quattro, allontanandolo dalla porta. Mesa divenne il perno della squadra, e uno di protagonisti della promozione. In breve, il Las Palmas si affermò come il più interessante laboratorio tattico della Liga. Il tutto, senza mai essere venuto meno ai suoi principi.

Setién è sempre stato essenzialmente questo: un cocciuto innovatore. Nel maggio del 2017 lasciò le Canarie per l’Andalusia e andò a scrivere alcune delle pagine migliori della storia del Betis, rivoluzionando la squadra e facendola riconoscere come una delle più spettacolari in Europa, nonostante una rosa non di primordine. A Siviglia seppe regalare una seconda giovinezza a Joaquín – proprio come a Gran Canaria aveva saputo rilanciare la carriera di Kevin-Prince Boateng – e rivelò al mondo il talento di Fabián Ruiz e Junior Firpo.

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A colloquio con Jonathan Viera, altro prodotto del vivaio canarino e uno dei pilastri del centrocampo del suo Las Palmas.

E sì, non vinse nulla e forse ottenne risultati inferiori a quelli che il clamore attorno al suo nome lasciava intendere; il suo Betis era al tempo stesso uno degli attacchi più sensazionali della Liga e una delle difese più fragili. Travolto 3-0 nello stadio del modesto Leganés, Quique Setién rinfacciò al tecnico avversario Mauricio Pellegrino di praticare un calcio difensivo e trovarsi (giustamente) a fondo classifica. Cioè, non conta il risultato di giornata: contano quelli sul lungo periodo (e se ti difendi e basta non ne otterrai di buoni). A fine campionato, comunque, il Leganés chiuse in 13a posizione, con solo cinque punti in meno del Betis.

Ma forse anche questo non conta, contano i principi e le convinzioni, e con tutti i suoi difetti Setién ha dato prova di una coraggiosa testardaggine che lo ha reso uno degli “allenatori di culto” della seconda metà degli anni Dieci. La sua vita è un’ostinata ricerca dello spettacolo a livello universale: non disprezza il gioco difensivista, disprezza l’attendismo, il cercare di addormentare le partite; disprezza la noia. Infatti, tra i colleghi a cui ha rivolto parole di stima c’è a sorpresa Diego Simeone, a cui ha riconosciuto di aver saputo rendere spettacolore il calcio difensivo, creando una perfetta combinazione di pressing, agonismo e atleticità. Oggi Setién arriva a Barcellona, e forse potrà concretizzare tutte le profezie sparse per la Spagna in questi anni.

 

Fonti

MONGIARDO Emanuele, Il Betis di Quique Setién è una squadra squilibrata, L’Ultimo Uomo

Quique Setién y el mundo, Panenka

RICCI Filippo Maria, Gli scacchi, Cruijff, Guardiola… Ecco chi è Quique Setién: “Io attacco sempre”, La Gazzetta dello Sport

SETIÈN Quique, El fútbol según Setién: “Al ver al Barça de Cruyff entendí muchas cosas”, Marca

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