Zlatan da Rosengård

Malmö è una città fredda di un paese freddo. Si affaccia su uno stretto e guarda in faccia Copenaghen, la sua gemella danese. Dietro di essa, allontanandosi dal porto e muovendosi verso l’autostrada, ci si imbatte in un vasto quartiere popolare chiamato Rosengård. Il governo cittadino lo ha fatto costruire alla fine degli anni Sessanta, per risolvere la crisi abitativa: oltre un milione di nuove case per ospitare una popolazione in rapida crescita, emblema di una nazione che si stava modernizzando e ambiva a diventare un simbolo per tutta l’Europa. Rosengård è cemento e spazi angusti, un micromondo tagliato a metà da una lama di asfalto e gas di scarico chiamata Amiralsgatan – che nasce in pieno centro, sulle rive del Rörsjökanalen, e poi fugge fuori dalla città – e divide così in due parti un tessuto urbano complesso, in cui fin da subito sono iniziati a germogliare disoccupazione e rabbia giovanile.

Il quartiere nasce per ospitare gli svedesi che dalle aree urbane si spostano in città per lavorare nelle fabbriche, ma fin da subito diventa il quartiere degli immigrati: nel 1972, a lavori appena ultimati, sono già più di 4mila, il 18% della popolazione. La Scandinavia è ricca e progressista, incarna l’utopia socialdemocratica in un mondo in cui capitalismo e socialismo sono formalmente in guerra: attrae povera gente da tutto il mondo, e Rosengård è un laboratorio sociale per l’integrazione tra etnie diverse. Ma mentre gli stranieri sono sempre di più, gli svedesi si trasferiscono altrove, in quartieri più benestanti, e Rosengård si trasforma gradualmente in un ghetto.

Arrivano gli europei dell’Est, in fuga dalle dittature comuniste, in particolare polacchi e jugoslavi. Arrivano africani in fuga dalla povertà, soprattutto somali; e anche turchi, i grandi migranti del dopoguerra europeo, e i pakistani che scappano dalle tensioni tra il proprio paese e l’India, e i libanesi vittime dell’instabilità del Medio Oriente. Più avanti arriveranno gli afgani, gli iracheni, i curdi. Nel 1977, in questa zona di Malmö arriva un uomo di nome Šefik Ibrahimović: è uno slavo della Bosnia, fa il musicista; è di etnia bosgnacca, la componente musulmana della regione, marginalizzata in patria, massacrata dai nazisti serbo-croati durante la guerra, e ancora fortemente discriminata durante il regime comunista. Šefik conosce qui un’altra immigrata, Jurka Gravić, croata e cattolica: il loro matrimonio contiene in sé tutte le speranze di integrazione e pace che Jugoslavia e Svezia ambiscono a rappresentare. Quasi come a voler rivelare la sorte di queste ambizioni, la coppia si separa nel 1983.

I servizi speciali intervengono a rimettere a posto una famiglia travagliata, in cui si scontrano problemi economici e di alcolismo: Sanela, di soli quattro anni, viene affidata alla madre Jurka, mentre il secondogenito della coppia, Zlatan, due anni appena, resta con il padre. L’ambiente della sua infanzia non è tra i più facili: il quartiere è la contraddizione nascosta della Svezia, 28 lingue diverse stipate in 3 km², tassi di disoccupazione e criminalità giovanile che diventano ogni anno più alti. Zlatan va male a scuola, e passa la maggior parte del suo tempo giocando a calcio in un campetto in cemento o compiendo piccoli furti; un giorno, viene scoperto a rubare ai grandi magazzini Wessels, e sua madre Jurka deve intervenire per riportarlo a casa dal padre.

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Zlatan Ibrahimović accanto a suo padre Šefik (a sinistra) e a sua madre Jurka (a destra).

Non c’è Svezia, a Rosengård. Anzi, c’è il suo opposto: Zlatan osserva in tv gli Europei del 1992, che si giocano proprio lì e uno degli stadi dista appena 4 km da casa sua, ma non prova grande empatia per la nazionale svedese che arriva fino a un’ottima semifinale. Due anni dopo, ancora non tifa per la Svezia, che chiuderà con un sorprendente terzo posto ai Mondiali americani; preferisce il Brasile di Romário, e qualche anno dopo quello di Ronaldo. E come lui ci sono tanti altri ragazzi del quartiere, che vivono lo scollamento di un mondo multiculturale che si definisce per contrasto, in base a ciò che non è piuttosto che a ciò che è.

I calci al pallone li tira soprattutto con gli allievi della squadra del quartiere, alla fine degli anni Ottanta, ma presto passa al FBK Balkan, un club fondato dagli immigrati jugoslavi, dove si destreggia tra ragazzi più grandi di lui, grazie alla sua eccellente stazza fisica e a una proprietà tecnica indiscutibile. Ai più ricorda un ragazzo, poco più grande di lui, un altro prodotto di Rosengård che proprio in quegli anni faceva il salto dalle giovanili alla prima squadra del Malmö: Yksel Osmanovski, un’elegante punta i cui genitori erano immigrati dalla Turchia negli anni Settanta.

Quando passa proprio al Malmö, la squadra più importante della città, è il 1995: il suo allenatore nelle giovanili non lo fa quasi mai giocare, Zlatan Ibrahimović è troppo alto e scoordinato per il calcio, forse sarebbe preferibile il basket; a lui importa poco degli altri sport, e medita di abbandonare il pallone per andare a lavorare al porto. Ma intanto inizia a studiare le arti marziali, migliora la sua agilità, e superando l’adolescenza raggiunge una maturità fisica che, unita a quella tecnica, ne fanno un centravanti unico nel suo genere. Nel 1999, appena maggiorenne, esordisce in prima squadra e ne diventa subito il punto di riferimento: in circa due stagioni, mette a segno 17 reti; esordisce prima nell’Under-18 della Svezia, poi nell’Under-21, e a gennaio 2001, bruciando le tappe a una velocità impressionante, è già nella squadra maggiore.

All’alba del Nuovo Millennio, gli esperti di calcio di tutta Europa parlano di lui: la rivista spagnola Don Balón lo inserisce in una lista con i nomi dei 100 migliori giovani calciatori al mondo. Il tecnico dell’Arsenal Arsène Wenger sonda il terreno per acquistarlo, ma alla fine l’offerta più convincente la fa Leo Beenhakker, il direttore tecnico dell’Ajax: per 80 milioni di corone svedesi, pari a poco meno di 9 milioni di euro, il ventenne Ibrahimović lascia la Scandinavia per i Paesi Bassi, e dà il via a una carriera che lo porterà a diventare uno dei più forti calciatori al mondo.

Rosengård, invece, resta dove sta. Diventa celebre come la “casa di Zlatan Ibrahimović”, ma non sarà mai una fucina per grandi talenti dello sport, nonostante qualche altro buon calciatore e un campione di MMA (Iliri Latifi, due anni in meno di Zlatan e figli di immigrati albanesi). Produrrà soprattutto rapper, come il gruppo multietnico Dollar Bill, il curdo-persiano Rebin Shah “Rebstar” o, più di recente, il gambiano Saint, all’anagrafe Mohammed Sillah. Soprattutto, oggi il quartiere è noto per le violenze, le rivolte, l’antisemitismo e il fondamentalismo islamico.

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La statua dedicata a Ibrahimović, inaugurata a ottobre 2019 davanti allo stadio del Malmö.

La sfida per l’integrazione non è stata vinta; forse, non è mai neppure stata combattuta: per un caso fortunato che si emancipa da un’infanzia difficile e diventa una stella del calcio, ce ne sono centinaia che non lasciano mai il ghetto, sentono crescere la propria rabbia sociale e la incanalano verso un qualche altro scopo. Così ha fatto Osama Krayem, un 24enne figlio di palestinesi radicalizzatosi in uno dei numerosi centri islamici del quartiere, in cui si diffonde la dottrina integralista salafita; si è poi affiliato all’ISIS ed è stato tra i terroristi reponsabili degli attacchi del 2016 a Bruxelles.

I disordini nel quartiere sono ormai parte integrante della triste mitologia di Rosengård, e ancora oggi sono vivi i ricordi della violenta protesta del 2008, quando i tentativi di chiudere una moschea sfociarono in un’occupazione dell’edificio e negli scontri con la polizia. Rosengård è diventato un simbolo della propaganda dell’estrema destra svedese, riunita dal 1988 nel partito dall’eufemistico nome di Sverigedemokraterna (“Democratici Svedesi”), uno dei primi schieramenti di destra populista in Europa a parlare apertamente contro l’immigrazione musulmana: nell’ultimo decennio, è riuscito prima a entrare in parlamento (2010), poi a trovare rappresentanza a livello europeo (2014) e infine a diventare il terzo partito della nazione (2018).

La storia di Ibrahimović non è servita a nulla, anzi ha solo messo in luce in maniera più marcata le contraddizioni della Svezia. Ne è una prova la sua complicata storia con la nazionale scandinava, contornata da problemi con gli allenatori ma anche con i tifosi, che lo hanno sempre accusato di non essere veramente svedese o di non impegnarsi abbastanza in campo: tutti sintomi di un nazionalismo xenofobo rimasto a lungo nascosto sotto lo zerbino della Svezia.

Zlatan ci è anche tornato, a Rosengård: ha acquistato una sfarzosa villa nella zona più bella del quartiere, l’ha fatta ristrutturare e l’ha rivenduta senza praticamente averci mai vissuto; ha rimesso a nuovo il campetto in cemento in cui giocava da ragazzino, trasformato in una sorta di tempio dedicato a se stesso. Uno dei sottopassaggi pedonali che attraversano il sobborgo è sovrastato da un mosaico con la sua celebre citazione “Puoi togliere il ragazzo dal ghetto, ma non puoi togliere il ghetto dal ragazzo”. Nel dicembre del 2019, qualcuno lo ha vandalizzato, aggiungendoci la scritta “Sì, però il ragazzo può pagare per uscirne”. Anche la sua statua, costruita in tutt’altra zona, è stata rovinata: ufficialmente, una protesta per la decisione del calciatore di diventare socio dell’Hammarby, storico club di Stoccolma e rivale del Malmö, ma è impossibile non vederci un sfogo di frizioni più profonde. Ibrahimović incarna il mito positivo del ragazzo del ghetto che è diventato qualcuno, ma al tempo stesso anche il suo rovescio negativo, quello del traditore.

Zlatan e Rosengård, pur senza volerlo (e senza che il resto del paese lo abbia mai voluto) rappresentano la Svezia più di qualsiasi altra cosa, e forse proprio per questo si malsopportano: si guardano e nell’altro vedono ciò che non vorrebbero ci fosse, un fastidiosa antinomia che mette in crisi l’idea che hanno di loro stessi.

 

Fonti

ALBANESE Matteo, Viaggio nel ghetto del giovane Ibrahimovic, Esquire

-CASTALDI Paolo, Zlatan – Un viaggio dove comincia il mito, Feltrinelli Comics

MALAGUTI Andrea, Nel ghetto ribelle di Malmö, dove vacilla il modello Svezia, La Stampa

VECCHIO Lara, Ibrahimovic, il cannoniere zingaro che sogna l’Europa, Il Sole 24 Ore

 

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