La Piccola Olanda: Le delusioni degli Oranje dopo l’epoca del Calcio Totale

Avevano dominato – anzi no, incarnato – un decennio della storia del calcio, vincendo con i club e ottenendo importanti risultati con la Nazionale, ma soprattutto rivoluzionando il modo di intendere il gioco attraverso il loro totaalvoetbal. La visionarietà tattica, la straordinaria cura per i settori giovanili e delle società accorte e lungimiranti potevano garantire all’Olanda un posto di primo piano nel calcio del futuro. E invece, per un decennio gli Oranje scomparvero dalla scena internazionale.

La storia dell’improvvisa eclissi del Calcio Totale inizia in realtà nel 1976, durante l’Europeo che, come il Mondiale di due anni prima, doveva essere vinto da pronostico e invece si concluse al terzo posto. Il suo giocatore simbolo, Johan Cruijff, era entrato in contrasto con uno dei veterani, il regista del Feyenoord Wim van Hanegem, e l’armonia interna allo spogliatoio si era incrinata; un anno dopo, Cruijff dava l’addio alla Nazionale a soli 30 anni, dicendo di non avere più le motivazioni adeguate. René van de Kerkhof aveva preso il suo posto in campo, e le buone prestazioni nel Mondiale argentino rinviarono i dubbi sulla possibile fine del ciclo.

Con l’austriaco Ernst Happel sostituito in panchina del suo vice Jan Zwartkruis, l’Olanda aveva ottenuto la qualificazione agli Europei del 1980, ma con più fatica del previsto: aveva fatto soltanto un punto in due partite contro l’insidiosa Polonia di Boniek e Lato, ed era riuscita a chiudere un punto avanti solo grazie a due favori della Germania Est, che avevano sconfitto i polacchi in casa e successivamente li avevano bloccati sul pareggio.

Un po’ di cose erano cambiate, in campo. A quasi 40 anni, Jongbloed aveva lasciato la porta della Nazionale a Piet Schrijvers, e così pure Suurbier, Rijsbergen, Van Hanegem e Rensenbrink erano usciti dal giro. Zwartkruis aveva provato a dare nuova linfa alla rosa convocando alcuni nomi nuovi – Hans van Breukelen, John Metgod, Michel van de Korput e Romeo Zondervan – e spremendo ciò che restava dei grandi vecchi Haan e Krol, il quale si era appena trasferito negli Stati Uniti. Nel frattempo aveva deciso di rinunciare a Jansen e Neskeens, pure loro ormai andati ad accumulare soldi in America.

La longevità si era rivelato uno dei problemi di quella generazione: Rijsbergen aveva lasciato l’Europa a soli 27 anni e Neeskens a 28, a 30 Rep era già sul viale del tramonto e Krol attese solo i 31, stessa età a cui pure René van de Kerkhof era in declino. Divenuti campioni e rivoluzionari da giovanissimi, gli assi olandesi si erano consumati rapidamente, come spesso succede ai geni.

L’esordio agli Europei contro la modestra Grecia era stato vinto solo grazie a un rigore di Kees Kist, in una gara in cui gli ellenici avevano a lungo dominato. I nodi vennero al pettine contro la Germania Ovest, in un’altra prestazione opaca degli olandesi in cui il pesante passivo venne ammorbidito solo nel finale. Infine, uno scialbo pareggio contro la Cecoslovacchia segnò l’inattesa eliminazione dei Paesi Bassi e l’inizio di una crisi che li avrebbe accompagnati per otto anni.

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Zwartkruis aveva guidato l’Olanda nelle qualificazioni ai Mondiali del 1978, ai quali prese parte come vice di Happel. Dopo il fallimento in Nazionale, si trasferì nei Caraibi, allenando Trinidad & Tobago e Antille Olandesi.

Il brutto risultato degli Europei in Italia diede a Zwartkruis l’occasione per rivoltare la squadra e aprire a una nuova generazione, ma col senno di poi si può dire che l’ex-tecnico dello Spankenburg non avesse la brillantezza tattica né quella da selezionatore per portare a termine il compito. Depurata dall’ossatura della Nazionale degli anni Settanta, l’Olanda esordì nelle qualificazioni per Spagna ’82 con una sconvolgente sconfitta per 2-1 in Irlanda. In porta stava ora Joop Hiele del Feyenoord e l’attacco gravitava attorno all’ala di origine indonesiana Simon Tahamata, che poche settimane prima aveva lasciato l’Ajax per lo Standard Liegi. Due scommesse che il tempo avrebbe rivelato essere state piuttosto azzardate.

Fu l’inizio di un infausto percorso di qualificazione, complicato da un’Irlanda ben più determinata di quanto ci si sarebbe potuto attendere, e da due squadre emergenti come il Belgio, secondo classificato agli Europei appena conclusi, e la Francia di Platini. Zwartkruis fu licenziato, e sostituito con il suo vice Rob Baan, un allenatore che pareva trovarsi lì per caso, ma che riuscì a fermare la crisi e abbozzare una risalita: richiamati in squadra i grandi vecchi Krol, Rep e Neeskens, e puntando molto su Arnold Mühren – trentenne esploso tardi e soprattutto dopo il trasferimento agli inglesi dell’Ipswich Town, con cui aveva vinto la Coppa UEFA – l’Olanda riuscì a riprendersi, superando di misura la Francia.

La breve esperienza di Baan s’interruppe con la chiamata di Kees Rijvers, il tecnico del PSV Eindhoven che aveva sottratto all’Ajax il dominio locale nella seconda metà degli anni Settanta, vincendo tre campionati e una Coppa UEFA. Il suo cammino verso il Mondiale spagnolo segnò un’importante vittoria per 3-0 sul Belgio, ma anche una sconfitta in Francia, e alla fine i risultati relegarono la squadra a un deludente quarto posto, davanti alla sola Cipro, che escludeva i Paesi Bassi dalla Coppa del Mondo dopo due finali consecutive.

L’improvviso naufragio dell’Olanda era, per cert versi, figlio diretto del successo del totaalvoetbal: il calcio rivoluzionario dell’Ajax del decennio precedente si era espanso nel mondo e aveva cambiato il modo di giocare, attraverso varie declinazioni tattiche. Eredi espliciti del gioco olandese erano i ragazzi la Dinamo Kiev di Valeri Lobanovski, dominatrice in Unione Sovietica e vincitrice di due Coppe delle Coppe, ma anche nella conservatrice Italia le cose stavano cambiando, come l’emergere della marcatura a zona (Viciani, Luís Vinício, Radice, Fabbri) e della zona mista, con cui gli Azzurri avevano conquistato il titolo Mondiale del 1982. Lo stesso Ştefan Kovács, l’allenatore rumeno che aveva ereditato l’Ajax di Michels, esportò il modello nella nazionale francese. L’Olanda non era più un’eccezione.

Il periodo di Rijvers, però, benché avaro di successi, fu fondamentale per preparare il terreno a una rinascita del calcio olandese. Fece comprendere alla Federazione la necessità di affidarsi ad allenatori esperti e non a giovani alle prime armi, e operò il vero ricambio generazionale di cui la squadra aveva bisogno: Frank Rijkaard e Ruud Gullit furono tra i primi a trovare stabilmente posto nell’undici titolare, seguiti da Gerald Vanenburg, Wim Kieft, Ronald ed Erwin Koeman e Marco Van Basten. La nuova generazione del totaalvoetbal portava con sé tante promesse quanta poca esperienza, se è vero che la più anziana delle new entry aveva solo 21 anni.

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Rijvers, a sinistra, durante la sconfitta contro l’Ungheria, il 17 ottobre 1984. Accanto a lui, il suo vice Dick Advocaat, futuro tecnico di PSV Eindhoven, Rangers, Zenit San Pietroburgo e della stessa nazionale olandese.

Questo problema emerse, tanto per cambiare, proprio nella gara d’esordio del percorso di qualificazione agli Europei del 1984, in cui l’Olanda fu stoppata sull’1-1 in Islanda. Un risultato che poi si sarebbe rivelato tristemente decisivo: gli Oranje arrivarono a pari merito della Spagna, a pari differenza reti, ma con due gol in meno segnati (a causa di una clamorosa vittoria per 12-1 degli iberici su Malta, nell’ultimo incontro del girone); un punto in più conquistato a Reykjavik avrebbe consentito all’Olanda di raggiungere la fase finale del torneo, ma la storia prese un’altra direzione. Compresa quella dello sfortunato Rijvers, che sebbene confermato alla guida della Nazionale ora aveva sul groppone due eliminazioni: il pessimo inizio della successiva sfida – quella per disputare i Mondiali di Messico ’86, incominciata perdendo in Ungheria e complicando da subito un girone sulla carta abbordabilissimo – segnò la fine non solo della sua parentesi in Oranje, ma anche di fatto della carriera d’allenatore.

Rijvers meritebbe d’essere rivalutato: fallì in un periodo in cui fallirono tutti, come inizialmente accadde anche all’uomo che gli successe, il padre del Calcio Totale Rinus Michels. Era stato il maestro che aveva fatto conoscere l’Ajax al mondo, aveva esportato il suo stile a Barcellona, e infine lo aveva consacrato con l’Olanda del 1974. Mentre la sua creatura precipitava, poi, si era accasato a Los Angeles per un paio d’anni, dove era stato raggiunto dal pupillo Cruijff, da Wim Suurbier, da Franciszek Smuda e da George Best; quindi, nel 1980 era tornato in Europa firmando per il Colonia e – con giocatori come Harald Schumacher, Rainer Bonhof, Pierre Littbarski e Klaus Allofs – aveva sfiorato la conquista della Bundesliga e vinto una coppa della Germania Ovest. Il suo ritorno simboleggiava la volontà di voler dimostrare che il ciclo degli anni Settanta non era stato una meteora, e che il calcio olandese era ancora tra i più grandi del mondo. Ma l’ingaggio di Michels, da solo, non poteva bastare a cambiare le cose.

Arrivato al secondo match del girone con un grande carico di speranze e la fama del profeta, Michels esordì con una brutta sconfitta in casa dell’Austria, che affossava ancora di più le speranze olandesi di tornare a disputare un grande torneo. Solo in seguito gli Oranje cominciarono a ingranare, arrivando a espugnare il Nepstadium di Budapest per 1-0, e sopravanzando gli austriaci per la differenza reti, classificandosi così al secondo posto e, quindi, allo spareggio per i Mondiali.

Michels si era però preso una pausa per motivi di salute, restando dietro le quinte e lasciando al promettente Leo Beenhakker il compito di condurre la squadra alla fine delle qualificazioni. Beenhakker si era affermato sulla panchina dell’Ajax tra il 1979 e il 1981, rinnovando il gioco dei Lanceri e portandoli a vincere uno scudetto e a disputare la semifinale di Coppa dei Campioni, un risultato che mancava dal 1973. Successivamente, aveva trascorso tre stagioni nel modesto Real Zaragoza, che aveva condotto a militare stabilmente nella metà alta della classifica spagnola. Era, in quel momento, il più interessante tra i nuovi allenatori olandesi in circolazione.

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Van de Korput in contrasto contro Lajos Détári, nella vittoria a Budapest degli olandesi del 14 maggio 1985. In secondo piano, si nota Tahamata.

Della Nazionale che aveva giocato l’ultimo Mondiale nel 1978 era rimasto solo Willy van de Kerkhof, circondato da un gruppo giovane e talentuoso. Davanti, l’Olanda si trovò un’altra volta il Belgio, che sotto la guida di Guy Thys aveva dato seguito alla finale europea del 1980 e ora si presentava con una squadra altrettanto temibile. L’andata a Bruxelles, infatti, si chiuse sul 1-0 per i padroni di casa, rete siglata da Franky Vercauteren dell’Anderlecht. Al ritorno, Houtman e De Wit misero in fuga l’Olanda, ma un gol di Georges Grün a un passo dal triplice di fischio ribaltò all’improvviso il discorso, e mandò il Belgio in Messico, confinando ancora una volta i Paesi Bassi nei salotti di casa.

Beenhakker preferì lasciare la panchina qualche tempo dopo, accettando la chiamata del Real Madrid, e Michels riprese a tutti gli effetti il suo posto. Con Van de Kerkhof ritiratosi dalla Nazionale, il ricambio generazionale era ormai definitivamente ultimato, e il trio Rijkaard-Gullit-Van Basten guidava ormai stabilmente la squadra in campo. Nel frattempo, i club olandesi erano tornati a farsi sentire in Europa, anticipando la rinascita degli Oranje come già fatto negli anni Settanta: nel 1985, il Fortuna Sittard aveva raggiunto un buon quarto di finale in Coppa delle Coppe, e due anni dopo l’Ajax allenato da Cruijff aveva vinto il torneo. Nel 1988, il PSV Eindhoven – con Guus Hiddink in panchina, e Van Breukelen, Van de Kerkhof e Ronald Koeman in campo – sollevava inaspettatamente la Coppa dei Campioni.

Contemporaneamente, la Nazionale di Michels concludeva il suo girone di qualificazione agli Europei del 1988 al primo posto e da imbattuta, trascinata dalle reti di John Bosman dell’Ajax. Tornava a disputare una grande competizione a otto anni esatti dall’ultima volta e a dieci dall’ultima finale. Alcuni dei pupilli di Michels erano già nomi affermati del panorama internazionale, da Erwin Koeman che con i belgi del Malines aveva appena vinto la Coppa delle Coppe, ai milanisti Gullit e Van Basten, passando per Rijkaard, che aveva trascorso l’ultima stagione al Real Zaragoza ed era in procinto di unirsi anche lui alla rosa dei Rossoneri.

Una nuova generazione veramente promettente, rinnovata dalla presenza dei primi grandi calciatori di colore, figli degli immigrati del Suriname, cresciuta sotto l’egida di allenatori altrettanto giovani – non solo Cruijff, Beenhakker e Hiddink: anche Louis van Gaal iniziava a farsi conoscere – stava iniziando a farsi largo, ridefinendo i termini del calcio olandese.

 

Fonti

PASSALACQUA Paolo, La storia della nazionale olandese – Gli anni ’80 (Prima Parte), Calcio Olandese

PYE Steven, How Belgium’s last-gasp goal kept Holland out of the 1986 World Cup, The Guardian

 

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