Quando Hong Kong espugnò Pechino

Cina e Hong Kong si sono sempre guardate piuttosto in cagnesco: da quando la rivoluzione maoista riuscì finalmente a dare forma al diffuso sentimento nazionalista cinese, la Repubblica Popolare aveva iniziato a reclamare i territori colonizzati dagli europei, e l’ex-porto britannico era una delle zone strategicamente più importanti. Nel dicembre del 1984, un accordo stabilì il passaggio della sovranità su Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina a partire dal 1997, pur mantenendo in vigore uno statuto speciale che rendeva la regione parzialmente autonoma. Sei mesi dopo, le due nazioni si trovavano ad affrontarsi su un campo da calcio, in una partita la cui importanza andava ben oltre i novanta minuti di gioco.

Non fosse stata per la sua ridotta popolazione, Hong Kong sarebbe potuta essere considerata una delle grandi nazioni del calcio asiatico: la prima squadra, una delle più antiche del continente, era stata fondata dai britannici già nel 1886; dodici anni dopo era stato inaugurato il primo torneo ufficiale e nel 1914 nacque la Federcalcio locale. La stessa nazionale cinese che aveva gareggiato alle Olimpiadi del 1936 e del 1948 era composta quasi esclusivamente da giocatori di Hong Kong, come il noto centravanti Lee Wai Tong. Nel 1956, qui si era tenuta la prima edizione della Coppa d’Asia, e la Nazionale hongkonghese, da due anni affiliata alla FIFA, aveva partecipato chiudendo terza. Nel 1960, il diciannovenne attaccante Cheung Chi Doy divenne il primo calciatore dell’Estremo Oriente a giocare in Europa, firmando per il Blackpool.

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A sinistra, il capitano cinese Lin Lefeng, e a destra quello hongkonghese Leung Sui Wing, entrambi difensori, prima del match del 19 maggio 1985.

In tutto questo periodo, la Cina era esclusa dal torneo, dato che le organizzazioni internazionali non riconoscevano la Repubblica Popolare (la Cina era, ufficialmente, Taiwan, dove si era rifugiato il governo dopo la vittoria dei maoisti), ma dopo che la questione si era risolta, il Team Dragon aveva ottenuto un inaspettato secondo posto al torneo del 1984 che aveva fatto presagire un roseo futuro: di lì a poco, i giocatori Gu Guangming, Jia Xiuquan e Zuo Shusheng avrebbero fatto la storia andando a giocare in Europa.

Quello che accadde in campo nella primavera del 1985 è noto come “l’incidente del 19 maggio”. Cina e Hong Kong si ritrovarono di fronte in un match valido per le qualificazioni mondiali del 1986, e i primi – vice-campioni continentali in carica e primi nel girone, a parimerito coi rivali – nutrivano grandi ambizioni di esordire finalmente in Coppa del Mondo. La gara si sarebbe giocata davanti agli 80mila spettatori del Gong Ti di Pechino, dopo che l’andata si era conclusa sullo 0-0. La rivalità tra le due nazioni era nata nella politica e si era presto trasfigurata sul campo da calcio.

Quando, dopo 19 minuti di gioco, il terzino Cheung Chi Tak mise superbamente in rete su calcio di punizione, fu chiaro che quella che doveva essere una comoda passerella per la selezione della Repubblica Popolare nascondeva più insidie del previsto. Chi Tak giocava nel South China, il club più importante di Hong Kong, che tre anni prima aveva aperto all’aquisto di giocatori stranieri, scatenando numerose proteste dei tifosi: nel giro di quei pochi anni, erano così sbarcati nella Cina meridionale l’ex-difensore dei Glasgow Rangers Alex Miller, l’ala ex-Tottenham e Manchester United Chris McGrath, il mancino di Rangers e West Bromwich Albion Willie Johnston, il centravanti del Chelsea anni Settanta Tommy Langley e addirittura il grande centrocampista olandese Arie Haan. Anche se praticamente nessuno ne parlava, il calcio a Hong Kong continuava ad avere un grande valore e si andava arricchendo di esperienza tecnica e tattica: nel 1981, anche il capitano dell’Inghilterra del 1966, Bobby Moore, aveva fatto la sua comparsa nel campionato locale, sulla panchina dell’Eastern AA.

Una decina di minuti dopo, Li Hui rimetteva il punteggio in parità con una rete d’opportunismo sulla pessima ribattuta del portiere Chan Wan Ngok, e la Cina tornava a sperare. L’allenatore Zeng Xuelin era divenuto celebre grazie al propositivo 4-3-3 e a un’organizzazione tattica molto moderna, per il calcio asiatico dell’epoca, ma evidentemente le sue idee non erano del tutto condivise dai vertici federali: la richiesta di presenziare a una delle ultime partite di Hong Kong per visionare i rivali fu rigettata, probabilmente perché nessuno riteneva che i vice-campioni d’Asia dovessero prepararsi troppo per battere una squadra che non aveva nemmeno preso parte al torneo continentale.

Quattordici giorni prima di scendere in campo, un antipasto era stato consumato nelle qualificazioni della Coppa dei Campioni asiatica tra i cinesi del Liaoling e gli hongkonghesi del Seiko, con questi ultimi che si erano affermati per 2-1. Un presagio funesto che si concretizzò al 60′, quando Ku Kam Fai intervenne dopo una serie di rimpalli in area e portò Hong Kong al vantaggio definitivo. La piccola nazione contesa con la Gran Bretagna balzava così in testa al girone all’ultima partita, e andava a giocarsi la fase finale delle qualificazioni con Corea del Sud, Giappone e Indonesia. Ci sarebbero voluti altri 16 anni prima la Cina riuscisse a qualificarsi per i suoi primi Mondiali.

Ma la storia dell’incidente del 15 maggio non si esaurì qui. Ciò che accadde dopo il fischio finale fu un qualcosa di assolutamente inaudito per il calcio asiatico: dagli spalti iniziarono a piovere bottiglie, bicchieri e seggiolini, costringendo i giocatori a correre ai ripari. All’esterno, i tifosi cinesi trasformarono la loro rabbia in violenza urbana, distruggendo le automobili parcheggiate nei pressi dello stadio e aggredendo i giornalisti stranieri e anche l’autobus della propria squadra. La forte carica nazionalistica con cui il Partito Comunista aveva rivestito la partita era esplosa, non potendo farlo nei festeggiamenti, in una rivolta di strada. La polizia divette intervenire per riportare l’ordine, arrestando 127 persone.

Zeng Xuelin ricevette minacce di morte e alla fine, spinto dallo stesso governo, si dimisse da allenatore della Nazionale e non assunse più nessun incarico tecnico in vita sua. La stessa sorte toccò a Li Fenglou, il presidente della Federcalcio. Hong Kong, dal canto suo, non andò troppo lontano: nella semifinale perse nettamente contro il Giappone – 3-0 a Kobe e poi ancora 2-1 in casa – e salutò la possibilità di staccare il biglietto per il Messico, che sarebbe poi andato alla Corea del Sud. Kwok Ka Ming, che aveva guidato la piccola nazionale asiatica all’impresa contro il gigante cinese, rimase in panchina per altri cinque anni, fallendo decisamente sia la qualificazione alla Coppa d’Asia del 1988 che quella ai Mondiali del 1990. Ma la partita del 19 maggio 1985 rimase per sempre la punta di diamante della storia del dimenticato calcio di Hong Kong, in cui tensioni politiche a lungo sopite avevano trovato sbocco in un incontro sportivo, per poi nuovamente assopirsi fino a riesplodere nelle dure proteste di questi ultimi mesi.

 

Fonti

GINEPRINI Nicholas, Il Re del Calcio Lee Wai Tong e gli altri pionieri di Hong Kong, Blog Calcio Cina

LIU Juliana, Hong Kong-China: A growing football rivalry or just politics?, BBC News

ROSS Donald, The 5.19 incident: China’s doomed attempt to qualify for Mexico’86, Wild East Football

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