La diaspora del calcio curdo

“Io vado, madre. / Se non torno, / sarò fiore di questa montagna, / frammento di terra per un mondo / più grande di questo.” – Abdullah Goran

È il febbraio 2016, quando le forze antiterrorismo turche irrompono nella sede di un piccolo club di terza serie sequestrando computer e ogni altro tipo di documenti. Il piccolo club si chiama Amedspor, e ha sede a Diyarbakir, nella parte sud-orientale dello stato; pochi giorni prima, ha eliminato il ben più quotato Bursaspor dalla coppa nazionale, accedendo per la prima volta ai quarti di finale. L’accusa del governo è di sostegno al terrorismo, a causa di un tweet che la società avrebbe condiviso il giorno prima e che inneggiava al PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Sì, perché l’Amespor è il club simbolo del calcio curdo.

La questione curda è uno dei grandi pasticci ereditati dallo smembramento dell’Impero Ottomano dopo la Prima Guerra Mondiale, origine di quasi tutti i problemi politici del Medio Oriente. Vari interessi si scontrarono sul tavolo dei trattati, e l’iniziale promessa britannica di creare uno stato curdo indipendente svanì, e l’altopiano venne spartito tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia. In molti di questi paesi, nel corso del Novecento, la minoranza curda fu repressa con violenza e spinta verso la lotta armata.

Ma il tweet dell’Amedspor è solo un pretesto per punire una squadra che, finché se ne fosse restata tranquilla nei bassifondi del calcio turco sarebbe stata sopportabile; ora che vuole imporsi agli occhi del grande pubblico, diventa un fastidioso avversario. I cori dei tifosi curdi in favore dei combattenti peshmerga sono una tradizione nello stadio di Diyarbakir, e hanno seguito il club anche nella trasferta di Istanbul contro il Başakşehir, la squadra più vicina al presidente Erdoğan, primo colosso a cadere di fronte all’Amedspor, il 28 gennaio. Per quei cori, decine di tifosi curdi sono stati arrestati, e l’intera trasferta di Bursa vietata.

Il giocatore simbolo dell’Amedspor è Deniz Naki, che ha 26 anni e fa l’attaccante. È nato in Germania, pochi mesi prima della caduta del Muro, ed è cresciuto nel Bayer Leverkusen; ma è con il St. Pauli di Amburgo – una delle squadre più radicate a sinistra del calcio globale – che si è fatto conoscere al mondo. Soprattutto, ha iniziato a far conoscere le sue opinioni politiche a sostegno del popolo curdo; coraggiosamente, nel 2013 ha scelto di trasferirsi a giocare in Turchia, e due anni più tardi ha firmato con l’Amedspor. Dopo la vittoria sul Bursaspor, Naki ha ricordato sui social la lotta per la libertà della sua gente, ed è stato squalificato per 12 giornate; ma questo è ancora nulla: nel gennaio 2018 sfuggirà a un attentato contro di lui in Germania, secondo molti organizzato dal governo turco a scopo intimidatorio; poche settimane dopo, le sue dichiarazioni contro l’invasione di Afrin gli costeranno tre anni e mezzo di squalifica, che sostanzialmente significheranno la fine della sua carriera come calciatore.

Naki è solo un esempio di un calcio curdo che, pur non esistendo, c’è. Nel 2006 è stata creata una selezione nazionale non ufficiale, che a partire dal 2008 ha preso regolarmente parte alla VIVA World Cup, i Mondiali dei paesi non riconosciuti dalla FIFA. Nel 2012, la parte irachena del Kurdistan è riuscita anche a ospitare il torneo, vinto poi grazie alle prestazioni dell’ala sinistra Halgurd Mulla Mohammed, attaccante dell’Erbil, club curdo-iracheno che proprio quell’anno aveva vinto il campionato nazionale. Fino a quel momento, dopo la caduta di Saddam Hussein, il Kurdistan iracheno era divenuto il paese curdo con maggiore autonomia e stabilità; due anni dopo, l’ascesa dell’ISIS cambiò tutto.

KurdistanNationalTeam
Il Kurdistan vincitore del titolo mondiale dei paesi non riconosciuti, superando 2-1 in finale la Repubblica Turca di Cipro Nord.

La storia del calcio curdo ricorda quella del suo popolo: osteggiato, represso, costretto all’esilio. Uno dei suoi primi grandi nomi è stato Nouri Qahraman Khodayari, nato a Baghdad nel 1953: da ragazzo, sotto il regime di Saddam, ai curdi era impedito il gioco del calcio, così nel 1970 Khodayari dovette fuggire in Iran, dove assunse la nazionalità locale e prese parte anche alla Coppa d’Asia Under-20 del 1973. Poi, con la rivoluzione di Khomeini, la pratica del calcio divenne più complicata, e decise di ritirarsi a soli 26 anni.

In Iraq, di calciatori curdi, non ne sono comunque rimasti pochi: il difensore Jassim Mohammed Haji è divenuto una leggenda nel Duhok SC, una delle squadre simbolo del Kurdistan iracheno, e ha rappresentato la nazionale dei Leoni della Mesopotamia nei suoi anni più difficili, tra il 2002 e il 2008, in piena invasione americana. Il centrocampista Hawar Mulla Mohammed, fratello maggior di Halgurd, si è fatto un nome nel campionato iraniano, è stato premiato come calciatore iracheno dell’anno nel 2005 ed è stato tra i protagonisti della migliore nazionale della storia dell’Iraq, quella che sfiorò il bronzo olimpico di Atene e che poi sollevò la Coppa d’Asia nel 2007.

In Siria, invece, il calcio curdo si identifica soprattutto con il ricordo del centravanti Haytham Kajjo, tragicamente morto in un incidente stradale nel 2002, a soli 26 anni. In una carriera così breve, però, Kajjo è riuscito a diventare uno dei giocatori più determinati del campionato locale, vincendo due volte la classifica dei marcatori con la maglia dell’Al-Jihad di Qamishli. Uno dei giocatori con più presenze nella nazionale siriana è poi Ahmad Al Salih, difensore che, allo scoppio della guerra, è espatriato prima in Kuwait e poi in Libano, dove con l’Al Ahed di Beirut ha vinto campionato e Coppa di Lega nel 2019. Ha fatto il percorso opposto il portiere trentacinquenne Kawa Hesso, nativo della città curda di Amuda, che invece ha deciso di trasferirsi in Iraq, e oggi gioca nel Peshmerga Erbil, in un paese in guerra in cui curdi continuano la loro resistenza contro l’ISIS.

Gli esuli europei del Kurdistan hanno trovato la propria nuova patria sportiva a Borlänge, una cittadina della Svezia dove, nel 2004, la comunità di immigrati curdi ha fondato una squadra di calcio grazie al sostegno economico dell’IK Brage, il principale club cittadino. In pochi anni, il Dalkurd ha vissuto una splendida ascesa nel campionato svedese, arrivando addirittura alla promozione nella massima serie nel 2017. Oggi, la stella si chiama Rawez Lawan, centrocampista di 32 anni che è stato campione di Danimarca con il Nordsjælland e di Svezia con il Norrköping. Il capitano è il difensore Peshraw Azizi, il cui padre è stato un combattente peshmerga in Iraq.

Bovar Karim, centrocampista, ha girato a lungo per le serie minori svedesi – dove adesso, a 35 anni, gioca con l’IFK Malmö – ma in passato è stato anche nelle giovanili del Feyenoord e, nel 2013, ha vestito anche la maglia del club curdo-iracheno dello Zakho FC; suo padre Mohammed è stato anche lui calciatore, prima di lasciare l’Iraq per la Francia, dov’è nato Bovar, e poi per la Svezia. Una strada simile a quella di Jiloan Hamad, anche lui mediano, nato da esule a Baku nel 1990 e poi affermatosi col pallone tra i piedi prima con il Malmö FF e poi con lo Hammarby di Stoccolma, dopo essere transitato anche per l’Hoffenheim e lo Standard Liegi, e aver giocato sei partite con la nazionale svedese.

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In sette anni, il Dalkurd ha conquistato cinque promozioni. Il club ha come simbolo la bandiera del Kurdistan e la fascia da capitano contiene un messaggio di solidarietà al popolo curdo e ai combattenti del Rojava.

Il calcio curdo è fatto di talenti mai del tutto sbocciati, come l’attaccante Mervan Çelik, passato anche dai Glasgow Rangers e dal Pescara, considerato un talento nell’Under-21 svedese ma mai confermatosi, e attualmente senza contratto. O, sebbene a tutt’altro livello, come Eren Derdiyok, promessa di Basilea e Bayer Leverkusen nella seconda metà degli anni Duemila, ma poi entrato in un parabola discendente, e oggi finito nel modesto club turco del Göztepe, dopo aver rappresentato la Svizzera ai Mondiali 2010 e agli Europei del 2016.

C’è un’eccezione ai finali tristi delle varie e sparpagliate storie del calcio curdo. Perché, a volte, repressione, esilio e ostinazione danno vita a qualcosa di unico come Mahmoud Dahoud, regista di soli 23 anni del Borussia Dortmund messosi in luce con la Germania negli ultimi due Europei Under-21 – il primo vinto, nel 2017; il secondo chiuso in finale, la scorsa estate. Dahoud è nato ad Amuda, la città curda-siriana più vicina al confine turco, ma prima di compiere un anno i suoi genitori lo hanno portato via, in fuga dal regime di Hafiz al-Assad, anch’esso tutt’altro che tenero con la minoranza curda. In Germania, prima con il Fortuna Düsseldorf e poi con il Borussia Mönchengladbach, si è affermato come uno dei centrocampisti più promettenti al mondo, ed è in attesa di esordire con la nazionale maggiore.

Un popolo disperso per il mondo che continua, ovunque si trovi a giocare a calcio. Non sempre sotto i riflettori, non sempre con successo, perché in fondo il calcio non è per forza una storia di fuoriclasse e di trofei. Ma in un mondo in cui lo sport è da sempre arma di propaganda per i regimi – lo dimostrano i reiterati saluti militari che i calciatori turchi usano pubblicamente per sostenere le politiche di Erdoğan – anche chi resiste ha il diritto di usarlo per la propria causa. Il calcio curdo è come il suo popolo: in silenzio, tra mille difficoltà e spesso nell’indifferenza, sopravvive ostinatamente.

 

Fonti

BARCELLONA Fabio, Innamorati di Mahmoud Dahoud, L’Ultimo Uomo

COLOMBINI Alessandro, Deniz Naki, il curdo cresciuto nella Hafenstraße, Minuto Settantotto

CURCIO Valerio, Amedspor, quando una squadra curda spaventò Erdogan, Io Gioco Pulito

LONGHI Lorenzo, Dalkurd, la squadra dei rifugiati che gioca nella Serie A svedese, Avvenire

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