L’epopea di Dejan Petković

“Chiunque non si senta a casa non può creare spontaneamente, liberamente, generosamente e senza complessi.” – Isaiah Berlin

Quando Dejan Petković si ritirò, nel 2011, tutto il mondo pianse. Tutto, tranne l’Europa occidentale, che da sempre si crede il Mondo per eccellenza in ambito calcistico, e dove di Petković sopravvivevano solo pochi ricordi incolore.

Vent’anni prima, la carriera dell’allora diciannovenne regista nativo di Majdanpek decollava dopo il trasferimento dal piccolo Radnički Niš al colosso Stella Rossa. Ma la guerra civile aveva ormai lacerato il paese, e della squadra che un anno prima aveva sollevato la Coppa dei Campioni non era rimasto nulla: nella stessa estate che portò Petković in biancorosso, ben undici giocatori lasciavano la Jugoslavia, tra cui Miodrag Belodedici, Siniša Mihajlović, Vladimir Jugović, Dejan Savićević e Darko Pančev.

La Stella Rossa si stava ricostruendo e mirava a essere d’esempio all’intera nazione, e Petković era il giocatore perfetto per simboleggiare questa nuova era: tre anni prima era divenuto il più giovane esordiente nel campionato jugoslavo, e s’era subito messo in luce per un’impressionante maturità tecnica, mista a quella sfrontatezza che solo l’adolescenza può dare. La facilità con cui scartava un avversario dopo l’altro e ispirava l’azione offensiva lo aveva immediatamente catapultato tra i gioielli del calcio jugoslavo, imponenendolo fin da subito come erede di Dragan Stojković, che pochi anni prima di aveva anche lui lasciato il Radnički Niš per la Stella Rossa.

La guerra e il concomitante tramonto del mondo comunista, condussero la Jugoslavia a una nuova epoca: senza più le sue barriere ideologiche, il paese era divenuto parte dei poveri del calcio, quei luoghi da cui i calciatori se ne vanno, in cerca di soldi. Dopo tre stagioni, due campionati e due coppe nazionali vinte da protagonista assoluto, Dejan Petković – che i tifosi serbi chiamavano, in maniera quasi simbolica, Rambo: il primo eroe della Jugoslavia post-comunista aveva il nome dell’eroe americano per eccellenza – accettò la chiamata del Real Madrid. Iniziò qui la sua sfortunata parentesi nell’Europa occidentale, destinata a non lasciare alcun segno.

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Un giovane Dejan Petković palleggia tra i compagni della Stella Rossa.

La Spagna era divenuta una delle mete preferite dei calciatori jugoslavi, con Davor Šuker, Robert Jarni, Robert Prosinečki e Predrag Mijatović a impreziosire la Liga. Ma, nonostante questo, molte stelle del calcio dell’Est erano state ridimensionate alla prova in uno dei più competitivi campionati europei, e Petković non fece diversamente: il suo stile di gioco individualista e anarcoide mal si sposava con la rigidità tattica occidentale. Dopo poche partite, l’allenatore Jorge Valdano ritenne che il serbo non era pronto per una maglia da titolare nei Blancos: per circa due anni, Petković gironzolò per i bassifondi della Liga – prima nel Siviglia, poi nel Racing Santander – mettendo insieme poche mediocri prestazioni.

Con l’arrivo di un tecnico pragmatico e inflessibile come Fabio Capello, nell’estate 1996, le speranze di trovare un posto nel Real si affievolirono ulteriormente, complice anche l’acquisto di Clarence Seedorf nel suo stesso ruolo. A soli 24 anni, la carriera della grande speranza del calcio jugoslavo era già arrivata a un punto morto.

Il suo era decisamente un carattere con cui era difficile andare d’accordo: quando non sentiva la giusta fiducia attorno a sé, smetteva semplicemente di concentrarsi. Ciò che complicò subito la sua esperienza a Santander fu il fatto che, il giorno di una partita di campionato, scelse comunque di tornare in Serbia per sposare la sua storica fidanzata. Petković sentiva di essere destinato a cose ben più grandi di una sofferta salvezza con un club cantabrico.

Fin dal dicembre 1994, il regista di Majdanpek si era ritrovato a polemizzare più volte anche con il ct della nazionale Slobodan Santrač, che non sopportava la sua insubordinazione. Petković, per contro, si era convinto che Santrač non l’avesse preso in simpatia e non sapesse valorizzarne il talento: durante un’amichevole con l’Argentina, lo aveva fatto scaldare per diversi minuti senza farlo entrare, e Petković aveva deciso di sua sponte di tornarsi a sedere, sentendosi preso in giro; l’allenatore era andato su tutte le furie, e aveva fatto entrare un altro compagno al posto suo. Altri simili dissapori si erano verificati con Capello, a cui Petković rinfacciava un atteggiamento ostile nei confronti dei giocatori slavi (nonostante al Milan avesse fatto di Savićević un suo pupillo, e al Real avesse voluto Šuker e Mijatović).

Così, durante un torneo estivo, si ritrovò a un tavolo assieme a Teo Fonseca, vice-presidente del Vitória di Salvador de Bahia, che gli sottopose l’assurda proposta di un trasferimento in Brasile. Le sorti del calcio verdeoro non erano state poi così diverse da quello jugoslavo: gli anni Novanta avevano cambiato tutto, aprendo più che mai il mercato allo strapotere dei club europei, che avevano preso a saccheggiare il Sudamerica dei suoi migliori giocatori. La Seleção che aveva preso parte ai Mondiali del 1986 contava appena due giocatori impegnati all’estero, ma in quella campione del mondo nel 1994 il loro numero era salito a dodici, e otto degli undici titolari della finale giocavano in Europa: il Brasile era divenuto una terra da cui i calciatori scappavano.

Ma la dirigenza del Vitória era molto ambiziosa, soprattutto dopo aver trovato l’accordo per il ritorno a casa di Bebeto, al cui fianco Petković avrebbe potuto dar vita a un attacco altamente suggestivo. Pur di convincerlo, Fonseca assicurò che il club intendeva lottare per il titolo; ovviamente, la poca dimestichezza del serbo con il calcio brasiliano gli impedì di capire che il dirigente stava riferendosi al titolo statale, e non a quello nazionale. La promessa fu che avrebbe potuto usare la squadra come trampolino di lancio per una nuova carriera europea. Petković si lasciò sedurre, e al Vitória conquistò due campionati dello Stato di Bahia, divenendo uno dei giocatori più amati della storia del club. Nel 1999, il Venezia spese 8 miliardi di lire per riportarlo in Europa. L’avventura ricominciava.

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Al Real Madrid dal 1995 al 1997, Petković ha giocato appena 125 minuti, senza mai segnare. Figura comunque nella rosa vincitrice della Liga nella stagione 1996-97.

O forse no. Ancora una volta, il talento slavo aveva sopravvalutato la società per cui aveva firmato: il Venezia di Zamparini era reduce da una buona stagione in Serie A, ma aveva rivoluzionato la squadra, compresi l’allenatore – Walter Novellino era passato al Napoli, e il suo posto era andato a Luciano Spalletti – e la stella, l’uruguayano Álvaro Recoba, rientrato dal prestito all’Inter. Le tanto agognate meraviglie di Petković durarono appena tre partite, poi l’interruttore si spense e il Venezia precipitò; a fine anno, firmava in fretta e furia per il Flamengo e tornava in Brasile, abbandonando per sempre il calcio europeo che non l’aveva mai capito.

Quasi 10mila chilometri in linea d’aria separano Rio de Janeiro da Belgrado, ma nel calcio c’è chi assicura che la distanza sia molta meno e che, nonostante differenze di clima e paesaggio, gli jugoslavi abbiano molto a che spartire con i brasiliani. Tanto che, da tempo ormai, lo stadio Stella Rossa della capitale serba è noto ai tifosi di tutto il mondo come Marakana, citazione esplicita del nome del leggendario stadio di Rio, il Maracanã, teatro di grandi partite della Seleção e degli incontri casalinghi del Flamengo. Qui, Petković smise finalmente di essere Rambo e divenne semplicemente o Pet.

La sua vita in Brasile fu controversa e affascinante. Si calò immediatamente nello spirito verdeoro, divenendo un mito tra le vie di Rio esattamente come sul campo da gioco. Mário Zagallo ne fu subito rapito: l’allenatore del Flamengo rivedeva in lui la leadership tecnica di Zico, e gli concesse la stessa libertà di gioco che aveva dato a Pelé, quando vinsero il Mondiale del 1970. I calci da fermo divennero il suo marchio di fabbrica: ognuno diventava un gol, a volte addrittura se si trattava di un corner.

Il momento simbolo è la punizione irreale con cui Pet risolve il campionato statale di Rio del 2001 contro i rivali del Vasco da Gama. Un pallone che prende una direzione larga e alta, e poi improvvisamente piega verso il basso e verso sinistra, schiatandosi nell’angolo della rete, dopo essere passato proprio sotto il punto d’incrocio tra palo e traversa. Il rapper flamenguista MC Robinho gli dedicherà una canzone, il suo volto divenne l’emblema stesso del club rubro-negro: nessun europeo era mai stato così amato in Brasile. E allora, perché se ne andò?

Se c’è un sentimento che caratterizza tutti gli eroi mitologici è l’irrequietezza, l’incapacità di sedersi sugli allori che si sono conquistati, il rifiuto del medievaleggiante “E vissero felici e contenti”. Dejan Petković, allora, è un po’ eroe classico: subito dopo essere assurto a idolo del Flamengo, in appena una stagione, cambiò clamorosamente casacca per passare al Vasco da Gama, a cui nel 2003 restituì il titolo statale sottratto grazie a quella storica punizione. E così divenne mito su entrambe le principali sponde del Rio de Janeiro, il fiume soltanto immaginato dagli scopritori portoghesi che furono i primi europei a mettere piede qui, nel gennaio 1502, credendo che la baia fosse una foce. E Pet se ne andò, di nuovo.

A trentuno anni, con una carriera che gli aveva regalato il fallimento dove aveva cercato gloria, e la gloria dove era lecito attendersi il fallimento, aveva deciso di prendere la via dell’Oriente, come tanti vecchi campioni, o come il suo mito Dragan Stojković, che nel 1994 aveva posto fine a una deludente carriera europea e si era accasato in Giappone. Con l’istinto del pioniere, Pet andò alla scoperta dell’allora semisconosciuto calcio cinese, che aveva fatto capolino ai precedenti Mondiali. Così, appose un altro timbro sul passaporto dei titoli conquistati: quello della Jia-A League.

Rientrò a Rio giusto in tempo per salvare il Vasco dalla retrocessione: una stagione che fu come uno scalo aereo, scese in Brasile, giocò e segnò, e risalì su un’aereo per l’Asia, paradiso dorato delle vecchie glorie. La sua avventura con gli arabi dell’Al-Ittihad fu poco più che una vacanza, che gli diede giusto l’occasione per un ulteriore timbro: Arab Champions League.

Poi di nuovo in Brasile, ma stavolta nello scetticismo generale: innamorato di Rio e del suo carnevale, decise di accordarsi con la terza e meno blasonata squadra della capitale carioca, la Fluminense, dove né l’allenatore Abel Braga né i tifosi – che già un paio d’anni prima avevano dovuto mandar giù l’ingaggio di un ex-idolo di Flamengo e Vasco come Romário – avevano fiducia in lui. Il 7 settembre 2005, alla mezzora di una partita contro il Cruzeiro, prese la palla, scattò dentro l’area e dribblò in un fazzoletto di campo due avversari contemporaneamente, prima di depositare in porta con un leggero pallonetto. Le statistiche dissero che si trattava del gol numero 1.000 della Fluminense in campionato: un altro pezzo di storia del calcio brasiliano portava il nome di Dejan Petković.

E ancora una volta, ripartì. Dopo una breve parentesi nel mediocre Goiás, si tolse lo sfizio di vestire la maglia numero 10 del Santos, quella resa celebre nel mondo da Pelé. La vittoria, nel 2007, del campionato statale di São Paulo lo fecere entrare nel novero di leggende capaci di vincere un campionato in tre dei maggiori stati del Brasile. Mancò di un soffio il poker, chiudendo dietro al Cruzeiro nel torneo del Minas Gerais, con la maglia dell’Atlético Mineiro, nel 2008.

A trentasei anni, con un palmarès impressionante e una fama sconfinata che abbracciava praticamente tutto il mondo, Dejan Petković avrebbe anche potuto chiuderla qui. I tifosi del Vitória, i primi ad accoglierlo in Brasile, lo avevano eletto miglior calciatore del club nel Ventesimo Secolo; aveva vinto due Bolas de Prata come miglior giocatore del paese e fissato il suo numero di gol direttamente da calcio d’angolo a quota otto, più di qualunque altro calciatore conosciuto. Ma c’era ancora un piccolo conto in sospeso con la storia, che ritornava indietro a quel beffardo malinteso con Teo Fonseca, ormai risalente a undici anni prima.

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In trionfo, con il Flamengo.

Molti esperti criticarono la scelta del Flamengo di metterlo nuovamente sotto contratto a quell’età, nella speranza li riportasse a vincere il titolo nazionale che mancava da diciassette anni. Per contro, i tifosi lo accolsero al Maracanã con una gigantesca bandiera della Serbia. La nazione in cui Pet era nato e cresciuto aveva vissuto, in quegli anni, uno smembramento senza precedenti: alla guerra contro gli indipendentisti croati e sloveni ne era seguita una contro i bosniaci, e poi un’altra contro i kosovari; per un po’, il paese aveva insistito nel rinominarsi ancora Jugoslavia, ma la crescita d’influenza della minoranza montenegrina aveva significato prima la riformulazione del nome in Serbia e Montenegro, e infine, nel 2006, la separazione tra i due paesi. Echi di un mondo lontano, a cui restava legato nonostante il suo nuovo spirito brasiliano.

Il Flamengo aveva investito molto per assicurarsi alcuni giocatori che avevano simboleggiato l’ultimo decennio del calcio verdeoro, come il centrocampista Kléberson, ex-Manchester United e campione del mondo del 2002, l’esterno ex-Bayern Monaco Zé Roberto e il centravanti dell’Inter Adriano. Ma solo l’arrivo di Petković diede ordine e carattere alla squadra, che passò in un attimo dalla bassa classifica alle prime posizioni. Adriano, la cui carriera era andata in frantumi dopo la notizia della tragica morte del padre, trovò in Pet molto più di un partner d’attacco: alla fine del campionato, l’Imperatore fu capocannoniere del torneo; Petković fu premiato per la terza volta come miglior giocatore, e il Flamengo vinse il suo sesto Brasileirão, grazie a una vittoria decisiva in rimonta sul Grêmio ispirata dai calci d’angolo del serbo.

Quando Dejan Petković si ritirò, nel 2011, quasi quarantenne, tutti i tifosi brasiliani si unirono, oltre le differenze di maglia. Lo ricordarono anche gli appassionati in Cina e in Arabia Saudita, ma quasi nessuno in Europa. Per un po’, aveva incarnato l’ultima scheggia impazzita di un mondo tramontato, e lo aveva fatto quasi per caso, forse per errore. Sicuramente, però, si era divertito molto.

 

Fonti

GINNELL Luke, From Marakana to Maracanã: The astonishing football voyage of Dejan Petkovic, In Bed With Maradona

MCTEAR Euan, Dejan Petković: The unlikely hero of both the Marakana and the Maracanã, These Football Times

VALBUZZI Fabrizio, A Pàtria Amado do o Gringo – La folle parabola di Dejan Petković, Volevo il Rigore

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