Le calciatrici che dissero no a Gaucci

Corre l’inverno del 2003. I giornali sportivi rimbalzano la notizia che può finalmente animare un calciomercato fino a questo momento deludente: il Perugia potrebbe essere la prima squadra maschile a ingaggiare una calciatrice donna.

Il presidente Luciano Gaucci ha già fatto dei sondaggi per trovare il nome giusto: inizialmente ha guardato alla Svezia, puntando l’attaccante del Djungarden Victoria Svensson, tra le migliori del Mondiale femminile appena concluso, in cui le scandinave hanno raggiunto la finale. Come alternativa, tiene anche d’occhio la sua partner offensiva Hanna Ljungberg, solo omonima di un centrocampista dell’Arsenal maschile. “Nessun regolamento vieta a una donna di giocare tra i maschi” insiste Gaucci, e in effetti ha ragione: il regolamento non lo vieta espressamente. È sempre sembrata una faccenda di buon senso: esiste un campionato femminile e uno maschile, in ogni sport. Esistono differenze fisiche e di approccio culturale che non si può pensare di superare semplicemente fingendo non esistano.

Ma Gaucci non demorde, e ne fa una battaglia femminista. O meglio, opportunista: perché al patron del Perugia del ruolo delle donne nello sport e nella società non sembra importare più di tanto. Lo dimostra il fatto che il suo progetto non è quello di portare una calciatrice specifica in Italia, ma di portarne una in quanto donna, qualunque essa sia: è un egomaniaco che vive per stare al centro dell’attenzione, sulle prime pagine dei giornali. Al cuore della vicenda c’è e ci deve essere lui, il giocatore o la giocatrice sono solo un mezzo.

Nel 1999, aveva già tentato qualcosa del genere, scegliendo Carolina Morace come allenatrice della Viterbese, in Serie C1, prima donna sulla panchina di un club maschile. Ma dopo poche settimane Morace si dimise: impossibile lavorare con Gaucci, che di punto in bianco iniziò a scavalcarla, a dirle quali giocatori dovevano scendere in campo, e infine a licenziare il suo staff per imporle chi diceva lui.

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Carolina Morace (a destra) alla Viterbese, accanto alla sua vice Betty Bavagnoli e al capitano Maurizio Pellegrino.

Non si può nemmeno parlare di sessismo: il problema di Gaucci non è tanto con le donne nello sport, ma con lo sport in generale. Una volta, si recò dall’allenatore della squadra giovanile del Perugia, Nikola Filipovic, domandandogli perché il proprio figlio Riccardo facesse panchina. Filipovic, molto diplomaticamente, rispose che il motivo era che il ragazzo dovesse ancora “maturare”. Gaucci replicò che, invece, era Filipovic a dover maturare, e lo licenziò.

Una piccola perla in una vita di bizzarrie, per essere gentili. Imprenditore divenuto noto prima con l’ippica e poi come vice di Dino Viola alla Roma, rilevò la società umbra in C1 nel 1991, portandola fino in Serie A e nelle coppe europee. Ma, se ci fu una cosa che caratterizzò la sua gestione, fu proprio il calciomercato, condotto a suon di colpi improbabili, stranieri esotici e poco costosi, acquistati in primo luogo con l’intento di attirare l’attenzione della stampa su di sé, e solo secondariamente per le proprie abilità. A volte gli andò bene, come con Hidetoshi Nakata o Zé Maria, altre meno: Ma Mingyu, centrocampista dalla Cina; Jay Bothroyd, centravanti dalle serie minori inglesi; Silvio Spann, centrocampista da Trinidad & Tobago; Ivan Kaviedes, attaccante dall’Ecuador; Rahman Rezaei e Ali Samereh, rispettivamente difensore e attaccante dall’Iran.

Il più noto a livello mondiale è il sudcoreano Ahn Jung-hwan, che dopo due anni a Perugia, nell’estate del 2002, segnò il gol che eliminava inaspettatamente l’Italia dai Mondiali. Subito dopo, Gaucci dichiarò alla Gazzetta dello Sport che non aveva più intenzione di tenerlo: “Quel signore non deve più accostarsi alla nostra squadra. Si è messo a fare il fenomeno soltanto quando si è trattato di giocare contro l’Italia. Io sono nazionalista e questo comportamento lo considero non soltanto una comprensibile ferita al mio orgoglio di italiano, ma anche un’offesa ad un Paese che due anni fa gli aveva spalancato le porte”. E mentre lo diceva, il Perugia proponeva ad Ahn un prolungamento del contratto, nella speranza di venderlo ad alto prezzo dopo il Mondiale chiuso al quarto posto dai coreani. A quel punto fu Ahn a dire di no, dimostrandosi una persona ben più seria del suo presidente.

Il caso più clamoroso, invece, era avvenuto proprio nell’estate del 2003. Il Perugia aveva offerto una maglia al trentenne centrocampista Saadi al-Gheddafi, figlio del dittatore libico e presidente dell’azienda petrolifera Tamoil, all’epoca sponsor della Juventus e proprietaria di un terzo della Triestina. Un giocatore indubbiamente scarso, ma che aveva un indubbio feeling personale con Gaucci: il giovane Gheddafi, qualche anno prima, aveva fatto cacciare il ct della Libia Franco Scoglio, che non lo faceva mai giocare in nazionale, e ora andava offrendo a tutti il proprio denaro per poter avere una chance in Serie A. Giocherà una sola partita, contro la Juventus di cui è sempre stato tifoso. È inutile anche stare a discutere della lista di crimini di cui Saadi al-Gheddafi è attualmente accusato nel suo paese.

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Victoria Svensson e, in secondo piano, Hanna Ljungberg, durante un allenamento con la Svezia.

I vertici del calcio italiano si schierano fin da subito contro Gaucci, ben consapevoli che non esistono regolamenti che possano impedire al presidente del Perugia d’ingaggiare una donna. Il presidente del CONI Gianni Petrucci dice chiaramente: “Non abbiamo bisogno di queste cose, atti del genere non servono a nulla”. Ma lui insiste: “Se mi ostacoleranno, le donne di tutto il mondo si rivolteranno!”

Alle donne, invece, di prestarsi ai giochetti di Luciano Gaucci importa assai poco: Svensson e Ljungberg, raggiunte in Svezia dall’emissario perugino Ernesto Talarico, declinano senza troppi indugi l’offerta del club italiano. “Siamo realisti – dice la prima – noi donne non possiamo giocare contro calciatori come Nesta o Maldini. Se vado a Perugia, finisco in panchina e rischio di perdere la Nazionale e l’Olimpiade di Atene”. La risposta di Hanna Ljungberg è ancora più puntuale: “Questa storia non mi convince. Mi sembra una trovata pubblicitaria, non posso compromettere la mia carriera. E aggiungo che l’ offerta economica è modesta”.

Nel frattempo, la situazione al Perugia è quasi paradossale: la squadra allenata da Serse Cosmi è terzultima in classifica con appena 6 punti conquistati; l’allenatore ha chiesto dei rinforzi e, oltre alle storie sulle calciatrici svedesi, l’unico vero nuovo arrivo è la punta ventisettenne Maurizio Baciocchi, che arriva dalla Serie D. Cosmi, scoperto proprio da Gaucci mentre allenava l’Arezzo in Serie C1, incarna ormai da tre anni lo spirito del Perugia, che ha condotto a un nono posto e a una semifinale di Coppa Italia nella stagione precedente, oltre che alla vittoria della Coppa Intertoto in estate.

Così, Big Luciano torna alla carica. Nel mirino, adesso, c’è Birgit Prinz, attaccante del Francoforte e della Germania femminile, con cui ha vinto un incredibile titolo mondiale pochi mesi prima, in casa degli Stati Uniti. Prinz ha solo ventisei anni, ma è già considerata la più forte calciatrice tedesca di sempre e di lì a poco vincerà il suo primo FIFA World Player come miglior calciatrice al mondo. Essere una donna in mezzo agli uomini non è un’esperienza nuova, per lei: mentre arriva la proposta del Perugia, Prinz si trova a Karlsruhe per sostenere gli esami finali del corso come allenatore federale, in cui è l’unica donna iscritta. Stavolta la faccenda è diversa: il calcio, in Germania, ha una tradizione culturale più recente rispetto a quello scandinavo, e gli stipendi sono molto più bassi. Lei fa sapere che ci penserà su e darà una risposta entro l’apertura del mercato di gennaio.

In Germania se ne inizia a parlare. Prinz è considerata un fenomeno fin da quando aveva diciassette anni, e per il fisico e la tecnica era già dominante rispetto ad avversarie più esperte di lei; già allora qualcuno azzardava, tra il serio e il faceto, che avrebbe potuto dire la sua anche tra i maschi. I dubbi però non mancano: “Birgit è molto scettica per quanto riguarda le sue qualità tecniche ed i presupposti fisici in rapporto agli uomini. Noi non vogliamo che venga messo in gioco il suo buon nome. Sarebbe da irresponsabili” dice Andreas Rink, l’agente della calciatrice tedesca; mentre Stefan Prinz spiega “Non vorrei che mia figlia si coprisse di ridicolo, ci deve pensare bene”.

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Birgit Prinz, in azione con la maglia della Germania.

E siccome questa volta se ne sta davvero discutendo, anche il calcio femminile italiano inizia a dire la propria. Patrizia Panico, attaccante dell’ACF Milan e stella della Nazionale, boccia l’idea su tutta la linea, equiparandola a una baracconata: “Non capisco qual è lo scopo, e poi la donna partirebbe sempre svantaggiata”, riferendosi alle differenze fisiche implicite tra i calciatori di Serie A e le calciatrici. Anche Natalina Ceraso Levati, prima donna a presiedere la Divisione Calcio Femminile, risponde in maniera negativa: “Proposte come quella di Gaucci vanno bene solo per gli amanti di quella curiosità spicciola che vogliono vedere una ragazza in pantaloncini che corre dietro a un pallone. Proprio quella mentalità che fino a qualche tempo fa pesava sul calcio femminile e che pensavo fossimo riuscite ormai a sconfiggere”. Piuttosto, quello che chiedono le donne del calcio italiano sono maggiori investimenti da parte della Federazione e degli stessi club della Serie A, che invece di pensare ad avere delle donne nelle squadre maschili potrebbero creare delle vere succursali femminili. Il dibattito innescato dal caso Prinz, però, non arriverà mai a discutere di questo.

Alla fine, mentre sta per scoppiare la polemica tra il presidente del Perugia e la FIFA, è la stessa Prinz a tagliare la testa al toro: “Amo troppo il calcio per rischiare di essere usata al massimo per pochi minuti in una squadra maschile”. È il no definitivo che fa tramontare per sempre l’idea di Gaucci di portare una donna in Serie A. Nel mercato di gennaio, a Perugia arriveranno ben quindici giocatori, tra cui Salvatore Fresi, Christian Manfredini, Eusebio Di Francesco, Dario Hubner e Fabrizio Ravanelli. Anche senza la calciatrice a lungo agognata, la squadra umbra inizierà a fare punti, risalendo fino alla quindicesima posizione, che gli garantirà uno spareggio salvezza contro la Fiorentina, sesta classificata in Serie B. Alla fine, però, vinceranno i toscani: per il Perugia sarà l’ultima volta nella massima categoria italiana.

Oggi, digitando il nome di Luciano Gaucci su Google, ci si trova davanti a un’infilata di articoli quasi elegiaci: “5 cose che ci mancano di Luciano Gaucci”, “Che ricordi a Perugia con Gaucci!”, “Elogio della follia”, e poi auguri e ricordi incensanti per il suo 80° compleanno, celebrato l’anno scorso. Nessuno che dica la verità: Luciano Gaucci fu un presidente mitomane, disinteressato allo sport, un provocatore fine a sé stesso, un filibustiere, un criminale.

Non lo cita mai nessuno, ciò che combinò dieci anni prima, nel 1993, quando il Perugia ottenne la prima promozione dalla C1 alla B: si scoprì che aveva regalato un cavallo a un arbitro in cambio di favori durante una partita; la promozione fu annullata e lui squalificato per tre anni, durante i quali continuò a presentarsi lo stesso allo stadio – pagando ogni volta una multa alla Federazione – e accusando un complotto ai suoi danni ordito dal presidente della FIGC Antonio Matarrese.

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La presentazione in pompa magna di Saadi al-Gheddafi al Perugia, accanto a Luciano Gaucci. Gheddafi si trova oggi in prigione in Libia.

Una storia iniziata così non poteva che andare a finire peggio. Sfiorato il ritorno in A nel 2005, il Perugia si trova sull’orlo della bancarotta, incapace di iscriversi al campionato successivo e costretto quindi a ripartire dalla C2 con una nuova società. Gaucci promette: “Non ho intenzione di scappare. La prossima settimana avrò i 12 milioni che servono per saldare i debiti e formalizzare l’iscrizione”. Ma i 12 milioni non ci sono, e il club fallisce, tragicamente nell’anno in cui avrebbe dovuto festeggiare il centenario della fondazione.

Il presidente si scusa, dice che lui e la sua famiglia hanno fatto di tutto per il Perugia, compreso rimetterci soldi propri e delle proprie altre attività. Non la pensa così Nicola Mariano, procuratore capo della città umbra, che anzi accusa la famiglia Gaucci di aver sottratto soldi alla società sportiva per coprire i debiti delle loro altre aziende. L’accusa, per Big Luciano e i figli Alessandro e Riccardo, comprende truffa, bancarotta fraudolenta, favoreggiamento e riciclaggio. E Luciano Gaucci che fa? Scappa a Santo Domingo all’insaputa di tutti, figli compresi, che così si ritrovano le manette ai polsi. Nel frattempo, lo scandalo Calciopoli scombussola la Serie A e Gaucci, dalla sua comoda latitanza caraibica, ne approfitta per tirare nuovamente fuori l’ipotesi del complotto: il patron della Fiorentina, Diego Della Valle, gli avrebbe offerto 20 milioni per perdere lo spareggio del 2004, e davanti al suo stoico diniego avrebbe corrotto cinque o sei giocatori del Perugia, propiziandone la sconfitta.

È però il novembre 2008. La famiglia Gaucci, infine, patteggia: tre anni per Luciano, un anno e otto mesi per Alessandro e Riccardo. Confermano tutte le accuse, confermano di aver consapevolmente truccato i bilanci della società fin dalla cessione di Nakata alla Roma, nel gennaio del 2000. I reati, però, sono coperti dall’indulto, e quindi la condanna suona come una vittoria: Luciano può rientrare in Italia, i figli vengono liberati. Ancora, nel 2018, Riccardo Gaucci parlerà con nostalgia del loro Perugia e del tremendo complotto ai loro danni messo in piedi dal calcio italiano. Che tanto è corta, la memoria del mondo.

Luciano Gaucci tornò per la prima volta in Italia in silenzio, nel 2009. Contemporaneamente, sia Victoria Svensson che Hanna Ljungberg annunciavano il loro addio al calcio giocato, la seconda dopo un brutto infortunio al crociato del ginocchio destro. Oggi, Svensson è sposata con la sua storica compagna Camilla Sandell, è stata direttore sportivo del Djungarden e allenatrice dell’Under-16 femminile della Svezia; Ljungberg si è laureata in fisioterapia nel 2012 e oggi fa la personal trainer. Birgit Prinz si è ritirata nel 2013, dopo quasi 300 gol segnati con i club e 128 con la maglia della Germania; oggi lavora come psicologa dello sport per l’Hoffenheim, occupandosi sia della squadra femminile che di quella maschile. Nessuna di loro ha mai rimpianto di aver detto no a Gaucci e alla Serie A.

 

Nella foto di copertina: Luciano Gaucci accanto alla fidanzata Elisabetta Tulliani. Dopo la caduta di ‘Big Luciano’, Tulliani ha sposato il Presidente della Camera Gianfranco Fini; nel 2013 ha vinto una causa contro Gaucci, sottraendogli gran parte delle sue proprietà. Lei e Fini sono attualmente sotto processo per riciclaggio.

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