Totale

Il ragazzo è giovane, ma alto e robusto, un bravo atleta; ha appena compiuto diciott’anni, e l’unico Ajax che ricorda distintamente è quello allenato dai suoi connazionali: prima Distelbrink, per un pugno di partite appena, poi Halpern e De Wit, ma soprattutto Van Kol, il coach che c’era quando entrò nella giovanili. L’inglese che l’ha sostituito dicono sia una leggenda, dicono che è merito suo se l’Ajax ha un settore giovanile tanto organizzato come quello in cui lui ha giocato fino a qualche mese prima. Ora, il signor Jack Reynolds, ha promosso il ragazzo in prima squadra: è il 1946.

Reynolds era uno di quegli inglesi che le cose migliori le avevano combinate in panchina, invece che in campo. Poco più che trentenne aveva abbandonato Manchester per la Svizzera, si era fatto un nome sulla al San Gallo e si era accordato con i tedeschi per allenare la Germania; ma eravamo nel 1914, scoppiò una guerra e Reynolds preferì prendere la sua bombetta e migrare nella più tranquilla Amsterdam, uno dei pochi territori neutrali in Europa. Nel mediocre campionato locale, trovò un lavoro solo in un club appena retrocesso in Seconda Divisione – l’Ajax, appunto – grazie al posto lasciato libero dall’irlandese Jack Kirwan dopo cinque anni, che casualmente erano stati anche i primi cinque anni di storia della squadra.

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L’Ajax del primo scudetto, nel 1918. Il secondo in piedi da sinistra è l’attaccante Jan De Natris, una leggenda assoluta del calcio olandese.

Mancuniano caparbio, Reynolds pensò che il modo migliore per confrontarsi con quell’ingombrante eredità fosse quello di ignorarla e ricominciare da zero: allenamenti regolari, da sportivi professionisti; organizzazione societaria precisa, con un settore giovanile strutturato in più squadre a seconda delle fasce d’età, tutte impegnate a studiare e riproporre lo schema tattico della formazione maggiore, così da facilitare l’inserimento tra i grandi dei ragazzini. E ovviamente, provare a giocare qualcosa di diverso dal solito kick & rush inglese che imperversava ormai in tutto il continente, come un perfetto spartito mandato a memoria.

La teoria è semplice: per vincere occorre coprire bene il campo e mantenere il controllo del gioco; con il possesso e la manovra, quando si ha la palla, con i movimenti e la pressione, quando ce l’hanno gli altri. Giocare a calcio, secondo Reynolds, è un po’ come giocare a tic-tac-toe (quello che in Italia chiamiamo tris): ogni mossa consiste nell’occupare una posizione in campo, e dev’essere pianificata in modo tale da indurre l’avversario a prendere una posizione che possa crearti le possibilità di vittoria. L’attacco – cioè, il controllo momentaneo dell’azione – è il punto di costruzione della difesa, perché costringe l’avversario e stare “al tuo gioco”.

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Negli anni Cinquanta, Jack Reynolds ancora alle prese con la carriera da allenatore, nelle giovanili dell’Ajax.

Se il ragazzo è riuscito ad arrivare fino alla prima squadra così giovane e, a soli diciotto anni, è già inserito negli schemi di gioco – se è gia pronto per l’Ajax – lo deve quindi a Mr. Sjeck, come lo chiamano lì. Di più, tutta l’Olanda – intesa come sistema calcio – deve qualcosa al vecchio inglese: i metodi di Reynolds sono stati copiati quasi subito da tutti i suoi rivali, dopo che la stampa aveva esaltato i giocatori dell’Ajax per essere praticamente allo stesso livello di quelli d’Inghilterra. Nelle sue prime tre stagioni con i Lanceri, Reynolds conquistò una Coppa d’Olanda, una promozione nella massima serie e un campionato; in breve tempo, traghettò il calcio olandese verso il professionismo, almeno per l’attitudine alla partita (il professionismo vero e proprio sarebbe arrivato solo negli anni Cinquanta).

In vent’anni di carriera in bianco-rosso, ha vinto sette campionati e ha stravolto il modo di concepire il gioco. La sua unica esperienza altrove fu tra il 1925 e il 1928, quando, dopo un litigio con la dirigenza, decise di trasferirsi presso i rivali del Blauw-Wit. Al suo ritorno, il club era solo un pallido simulacro della corazzata che aveva costruito a suo tempo, complice anche l’addio della stella Jan De Natris, che ritornava in concomitanza con Reynolds, ma ormai alla veneranda età di 33 anni e quasi inservibile. L’obiettivo, ora, era la salvezza, ma la squadra non sembrava attrezzata per farcela; Mr. Sjeck non si perse d’animo e compì un’eresia assoluta: intensificò gli allenamenti durante la lunga pausa invernale e si concentrò sull’adattare i giocatori a ruoli diversi rispetto a quelli in cui avevano sempre giocato. L’Ajax si salvò e, nella sua storia, non retrocesse mai più.

Ajax legacy and heritage collection. Details will be updated shortly.
Nel 1929, in concomitanza con il ritiro di Jan De Natris, esordisce nell’Ajax il diciottenne attaccante Piet van Reenen, che in quattordici anni metterà a segno 278 gol in 240 partite: il record assoluto della storia del club.

Quasi altri vent’anni sono passati, e lo scambio dei ruoli, Reynolds, ce l’ha ancora in testa: un’idea illogica e controintuitiva, che diventa un espediente per costruire una squadra più duttile, capace di rispondere a diverse fasi di gioco. Le sue prime innovazioni sono diventate la regola, in tutto il campionato, e il vecchio s’è inventato qualcos’altro, una nuova intuizione solo sua, per restare sempre un passo avanti agli altri. Ancora adesso, Reynolds insiste nel fare allenare i suoi giocatori in vari ruoli; perfino il nostro ragazzo, che nasce centravanti ed è noto nel gruppo per non avere proprio dei piedi raffinatissimi, e così deve sudare e stare sempre addosso ai difensori, come farebbe un mediano con le mezzali. Il calcio di Mr. Sjeck richiede testa e piedi buoni, e tanto sacrificio.

La sua seconda pausa dall’Ajax, l’ultima, Reynolds se la prese per causa di forza maggiore, quando scoppiò un’altra guerra. L’Olanda venne invasa dai nazisti, lui fu arrestato – un prigioniero inglese faceva sempre comodo – e rinchiuso in un campo a Schoorl, sul Mare del Nord. A un suo vecchio giocatore andò peggio: Eddy Hamel, che era nato a New York da genitori ebrei olandesi, ed era stato l’ottimo partner d’attacco di De Natris, finì ad Auschwitz e non ne fece più ritorno. Nel dicembre del 1944, Reynolds tornava finalmente a Manchester e, qualche mese dopo, quando ormai ad Amsterdam erano diffuse le voci sulla sua morte, rientrava in Olanda e si presentava alla sede dell’Ajax con una promessa: costruire la squadra più forte della storia del calcio.

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Rolf Leeser e Rinus Michels, nel 1954, con la maglia dell’Ajax, il club in cui hanno trascorso tutta la carriera.

L’averlo rimesso sulla panchina aiacide era prima di tutto un tributo alla sua storia, ma Jack Reynolds non era un sentimentale, e al termine della stagione riportò i Lanceri al titolo nazionale: i titoli sono meglio dei tributi. Subito dopo si ritirò a vita dirigenziale, per pianificare il futuro della società. In quella sola stagione, il ragazzo aveva imparato più di quanto si sarebbe mai aspettato; appena dodici anni dopo, con un solo altro campionato conquistato e oltre 120 reti segnate, un grave infortunio alla schiena lo costringeva ad appendere gli scarpini al chiodo. Mr. Sjeck gli consigliò la carriera da allenatore, perché il ragazzo – che ormai era un uomo – il calcio lo comprendeva decisamente meglio di come lo praticava. Nel 1965, dopo alcune esperienze in club minori e a tre anni dalla morte del vecchio Reynolds, il ragazzo veniva chiamato sulla panchina dell’Ajax: il suo nome era Rinus Michels, il gioco che avrebbe applicato – figlio degli insegnamenti di Jack Reynolds – qualche anno più tardi sarebbe stato definito dalla stampa europea “Totale“.

 

Fonti

FULLER Neil, Ajax and Total Football, Ajax Daily

LAWRENCE Jeff, Jack Reynolds: The Father of Ajax Amsterdam, These Football Times

L’eresia inglese/ 2. Prima di tutti, lo zio Jack, Numero Quattordici

RAINBOW Jamie, Ajax: the early years and the birth of Total Football, World Soccer

TAVANO Andrea, Il calcio totale – Prima parte, Calcio Parziale

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