Cosa succede al calcio sudamericano?

I club che vincono la Libertadores trovano sempre maggiori difficoltà a raggiungere la finale del Mondiale per Club, e le nazionali sudamericane non vincono il titolo iridato dal 2002, hanno fallito il Mondiale casalingo del 2014 e a Russia 2018 sono rimaste fuori dalle semifinali, eventualità verificatasi solo in altre occasioni, l’ultima nel 1982. La crisi del calcio sudamericano ormai è sotto gli occhi di tutti, e comprenderla non è affatto semplice.

Questione di debiti

Il primo fattore è senza dubbio economico: prima ancora che le società sportive, sono le nazioni sudamericane ad essere in crisi. Con l’eccezione del Brasile, dove i problemi sono piuttosto di redistribuzione delle ricchezza, tutte le nazioni del Sudamerica hanno un Pil nettamente inferiore a quello della Spagna: l’Argentina, il secondo paese più ricco del continente, nel 2017 ha fatto registrare un Pil di 638 miliardi di dollari, mentre la Spagna, nello stesso periodo, si attestava a 1.311 miliardi di dollari, cioè più del doppio. Ma la crisi economica investe tutti i paesi dell’America meridionale, a partire dallo stesso Brasile, che Il Sole 24 Ore definisce un “gigante malato”: è entrato in recessione nel 2015, ha iniziato dopo due anni una lenta ripresa, e oggi si trova a dover far fronte a un nuovo picco dell’inflazione. Tutti problemi che hanno portato alla crisi politica e all’elezione di Jair Bolsonaro, uno che col mondo del calcio ha molto a che vedere.

Altrettanto nota è la crisi argentina, a cui il presidente Mauricio Macri ha risposto con liberalizzazioni e spending review che hanno comportato, tra le altre cose, il taglio del programma Futbol para Todos, che prevedeva 350 milioni di pesos d’investimenti pubblici nel sistema calcio, mettendo così a rischio bancarotta quasi il 60% dei club professionistici. Una situazione che ha investito soprattutto il club minori e ha avuto come conseguenza blocco dei pagamenti degli stipendi, scioperi e il ritiro di alcuni giocatori, costretti a trovarsi un lavoro più remunerativo: un paradosso, in un mondo in cui il calcio è sempre stato considerato la principale via di fuga dalla povertà.

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Lo stadio Maracanã è uno dei simboli della crisi brasiliana, sia sportiva che sociale: teatro delle partite casalinghe del Flamengo, della finale dei Mondiali del 2014 e delle Olimpiadi del 2016, versa oggi in totale stato di abbandono, così come molti altri impianti olimpici, e nel gennaio 2017 è anche stato saccheggiato.

Una situazione non diversa da quella del massimo campionato brasiliano, con le squadre che fanno registrare ogni anno passivi di bilancio preoccupanti: nel 2014, solo il Flamengo, delle venti squadre iscritte al Brasileiro A, aveva pagato tutte le tasse previste dalla legge; per le altre, pare che il debito fiscale nei confronti dello Stato ammonti a oltre 1 miliardo di euro. È facile usare il nostro sguardo europeo, spesso limitato all’ambiente della Serie A, e considerare il calciatore in sé come un privilegiato: ma nel resto mondo, specialmente nelle serie minori, gli ingaggi sono tutt’altro che faraonici e questo sistema, bene o male, dà lavoro a migliaia di persone in ognuno di questi paesi: la crisi di un club corrisponde alla crisi di un’azienda, e investe tutti i suoi dipendenti.

L’esodo dei ragazzi

Da sempre, il calcio sudamericano è una fucina di talenti che diventano poi stelle in Europa, ma da qualche tempo a questa parte la necessità di vendere i giocatori migliori per fare cassa ha portato i club sudamericani a privarsi dei loro campioni prima che questi possano raggiungere la maturità tecnica e portare la squadra a raggiungere importanti risultati (che significano premi, e quindi introiti). Dando un’occhiata ai convocati di Argentina, Brasile e Uruguay agli ultimi Mondiali, il numero di calciatori che hanno lasciato il Sudamerica prima dei ventuno anni è altissimo: a venti se ne sono andati Gonzalo Higuain, Gabriel Jesus, Edinson Cavani e Rodrigo Bentancur; a diciannove Paulo Dybala, Angel Di Maria, Marcelo, Willian, Roberto Firmino e Luis Suarez; a diciotto Sergio Aguero, Philippe Coutinho, Marquinhos, Lucas Torreira e José Gimenez. Leo Messi, addirittura, ha lasciato l’Argentina ad appena 13 anni. Alcuni di loro, al momento, hanno trascorso all’estero più anni di carriera di quelli passati in patria, considerando anche la permanenza nei settori giovanili.

E stiamo parlando soltanto dei grandi nomi. Perché il Sudamerica rifornisce soprattutto paesi periferici del mondo del calcio con calciatori di secondo piano ma di giovanissima età: Giappone, Corea del Sud, Cina, Stati Uniti, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Russia sono solo alcune delle mete più gettonate. Negli ultimi vent’anni, sotto la dirigenza di Rinat Akhmetov, gli ucraini dello Shaktar Donetsk si sono specializzati proprio in questo tipo di mercato, acquistando giovani promesse dal Brasile, per poi rivenderle dopo qualche stagione a club europei più blasonati. Da qui sono transitati Douglas Costa, Willian, Fernandinho, Fred, Jadson, Luiz Adriano, Taison e Alex Teixeira: una trentina di brasiliani dal 2002 ad oggi, con cui i Kroty hanno vinto undici campionati, nove coppe nazionali e una Coppa Uefa. I soli otto nomi citati sopra sono partiti per l’Ucraina entro i vent’anni e hanno fruttato al calcio brasiliano oltre 30 milioni di dollari, ma pochi anni dopo ognuno di loro è stato rivenduto singolarmente dallo Shaktar per la stessa cifra.

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Sebastián Soria ha lasciato Montevideo a ventuno anni per trasferirsi all’Al-Gharafa di Doha, nel 2004; due anni più tardi ha preso la cittadinanza qatariota e, al momento, detiene sia il record di presenze che quello di reti con la nazionale araba.

Il Brasile è la nazione con il maggior numero di calciatori impegnati in campionati stranieri, 1.176 nel 2018, ma quelli che giocano in Europa sono meno di 500. Si tratta spesso di giocatori di non altissimo valore, ma in altri casi siamo di fronte a promesse che, accasandosi in campionati ricchi ma di basso livello, finiscono per rallentare la propria crescita tecnica, uscendo dai radar delle nazionali: è il caso, ad esempio, di Hulk, che a diciannove anni si è trasferito a giocare in Giappone, e ha riconquistato l’Europa solo a 22 con il Porto, imponendosi come una delle ali sinistre più forti in circolazione; invece di tentare il salto in un top club, a ventisei anni ha firmato con lo Zenit San Pietroburgo, e a trenta con lo Shanghai SIPG. Similarmente, il connazionale Oscar – che nel 2012 era considerato tra i migliori giovani talenti al mondo – ha lasciato il Chelsea a soli ventisei anni, anche lui per i cinesi dello Shanghai SIPG.

Club e settori giovanili

Ma non bisogna pensare che il fenomeno sia subito passivamente dai club sudamericani, che anzi hanno imparato, loro malgrado, a cavalcarlo per ragioni chiaramente economiche: i settori giovanili, oggi, sono orientati principalmente al fare emergere giocatori tecnicamente molto dotati fin dalla tenera età, seguendo lo stereotipo della stella sudamericana tutta gol e dribbling ricercato dai ricchi club stranieri. L’obiettivo non è più quello di formare calciatori completi e farli maturare con calma, ma piuttosto quello di produrre fantasisti di medio livello in quantità industriale, da rivendere per salvare i bilanci della società. Ed eventualmente ricomprare, in caso di fallimento della loro esperienza all’estero, a un prezzo molto più contenuto.

Quello di Neymar, a ben vedere, è un caso abbastanza unico: il Santos, intuite le sue potenzialità, ha fatto di tutto per trattenerlo fino ai 21 anni, quando il suo cartellino – dopo cinque stagioni in prima squadra – era levitato fino all’astronomica cifra di 88 milioni di euro. Il Milan, nel 2007, spese 22 milioni per acquistare il diciassettenne Alexandre Pato dall’Internacional; cinque anni più tardi, il Corinthians lo riportava in Brasile per 15 milioni, e oggi milita nello Tianjin Quanjian. Ma le promesse non mantenute del calcio sudamericano sono innumerevoli: Kerlon, che a vent’anni lasciò il Cruzeiro per l’Inter, via Chievo; Anderson, approdato diciottenne al Porto e, un anno più tardi, per oltre 31 milioni al Manchester United; Breno, costato 12 milioni al Bayern Monaco ad appena diciannove anni; e poi Franco Di Santo, Diego Buonanotte e altri ancora.

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Vinicius Junior ha esordito tra i professionisti con la maglia del Flamengo il 13 maggio 2017, all’età di sedici anni. Dieci giorni dopo, il Real Madrid ne annunciava l’acquisto per 46 milioni di euro.

“Basta qualche partita perché un ragazzino venga chiamato craque e sia venduto a peso d’oro a club stranieri, soprattutto ucraini e russi, che ormai fanno scouting massiccio da queste parti. – ha spiegato l’agente Fifa Sabatino Durante al Fatto Quotidiano – Ma la maggior parte di loro non ha la cultura di base per gestire successo, ricchezza e l’impatto con una realtà totalmente diversa. E così molti si perdono nel nulla.” Non è un caso che l’Argentina, da molti anni a questa parte, produca quasi esclusivamente attaccanti e trequartisti di alto livello, e difensori e mediani mediocri: c’è decisamente più attenzione nel formare – e, quindi, esportare – giocatori d’attacco che stuzzichino la fantasia dei club stranieri. Identiche sono le critiche rivolte, infatti, al sistema calcio albiceleste dal tecnico Hugo Tocalli: “Ci sarebbero dei buoni giocatori, ma mancano d’esperienza, di un circuito progressivo e meritocratico di inserimento. Prima di arrivare alla Selección Mayor, Mascherano ha dovuto giocare 50 partite con le Nazionali minori, mentre oggi elementi come Lo Celso vengono lanciati direttamente nella prima squadra.

Il sopracitato Giovani Lo Celso, appunto, ha messo assieme poco più di 50 presenze in tre stagioni con il Rosario Central, e ha disputato appena tre match con la nazionale olimpica, prima di trasferirsi, ancora ventunenne, al Paris Saint-Germain per 7,5 milioni di euro e, da qui, venire convocato nella nazionale maggiore argentina. Non che seguire la trafila delle giovanili sia sinonimo di qualità e successo assicurati: dei 63 calciatori convocati nelle Under20 per le ultime tre edizioni dei Mondiali di categoria, solo Nicolás Tagliafico e Cristian Pavón hanno preso parte a Russia 2018. Infatti, se per il Brasile il problema è la bulimia di giovani fenomeni, l’Argentina sembra soffrire del male opposto: le sue promesse se ne vanno ugualmente via presto, ma per cifre decisamente più contenute.

Corruzione e affari

Ma il grande male del calcio sudamericano è ancora più profondo, e si annida fin nella gestione dei club. È noto come il calcio, in Argentina, sia strettamente legato a losche scelte d’affari che coinvolgono gruppi di tifo organizzato, politici e imprenditori, ma altrove la situazione non è migliore: ad accomunare Argentina, Brasile e Uruguay, le tre principali potenze del calcio sudamericano, è la profonda crisi dirigenziale, con delle federazioni completamente allo sbando. Dal caos dei calendari alla delegittimazione dei vertici dell’Afa, alla completa disorganizzazione e mancanza di controllo della Cbf, passando per il recente scandalo corruzione dell’Auf, che ha portato al commissariamento dei vertici federali a pochi giorni dalle nuove elezioni.

La Federcalcio argentina, dopo la morte nel 2015 del suo storico presidente Julio Grandona, è piombata in un caos paradossale, consacrato con le elezioni del 2017 chiuse con un conteggio di 76 voti su 75 votanti, da molti ritenuto un tiro mancino giocato da Mauricio Macri – presidente argentino ed ex-boss del Boca Juniors – per prendere tempo e consetire la candidatura di Claudio Tapia, genero del suo fedelissimo Hugo Moyano. Tapia, alla fine, è stato eletto, e adesso sappiamo che verrà ricordato come l’uomo che ha fallito davanti a tutto il mondo nell’organizzare il Superclasico della finale della Libertadores del 2018.

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João Havelange, a destra, accanto a Sepp Blatter: il primo, brasiliano, è stato presidente della Fifa dal 1974 fino al 1998, prima di essere sostituito da Blatter. A loro era legato Julio Grondona, a capo del calcio argentino dal 1978 fino alla sua morte, nel 2014, e vicepresidente della Fifa dal 1988. Tutti e tre sono stati accusati di corruzione a vari livelli.

In Brasile, invece, il sistema calcio è sostanzialmente in mano a comitati d’affari estranei ai club sportivi: circa l’80% dei cartellini dei calciatori professionisti del Paese è in mano a fondi speculativi, che controllano anche alcuni club minori – come il Tombense e il Desportivo Brazil – che vengono utilizzati come parcheggi per alcuni giocatori prima di rivenderli. Nel 2005, il fondo Media Sports Investments dell’agente e imprenditore iraniano Kia Joorabchian strinse una partnership con il Corinthians, piazzando lì alcuni dei suoi protetti (Tevez, Mascherano, Carlos Alberto, Gustavo Nery): il club ingaggiava ufficialmente i giocatori, mentre MSI ne deteneva i diritti di cartellino; col risultato che, quando Joorabchian entrò in conflitto con la società brasiliana, prese i suoi calciatori e li portò altrove, lasciando un buco tecnico ed economico nelle casse del Corinthians che ancora oggi non è stato del tutto sanato. Questa situazione, però, spiega anche il perché della politica giovanile dei club brasiliani: formare potenziali fuoriclasse che possono poi essere rivenduti ad alte cifre è l’unico modo per incassare qualche soldo e far quadrare i bilanci, visto che i principali proventi delle cessioni vanno a chi detiene la maggioranza del cartellino, ovvero i fondi d’investimento.

La situazione sudamericana, paragonata a quella europea, presenta evidenti differenze: i club sono ben lontani dall’essere potentati economici anche solo lontamente ricollegabili a modelli di business come quelli del Real Madrid, della Juventus o del Manchester City; sono, anzi, spesso uno degli anelli deboli di un sistema che non riesce più a stare in piedi da solo.

 

Fonti

BELLINAZZO Marco, Calciomercato: la crisi accelera l’esodo dal campionato argentino, Il Sole 24 Ore

GINEPRINI Nicholas, La crisi del calcio brasiliano: debiti e fondi d’investimento hanno ucciso la magia carioca, Tutto Calcio Estero

GUERRA Massimiliano, Sciopero, diritti tv e violenza: il calcio argentino e la sua crisi senza fine, Io Gioco Pulito

HORCH Dan, Brazilian soccer’s financial disarray starts to show on the field, The New York Times

MOSCHELLA Antonio, L’Argentina brucia, Rivista Undici

PISCOPO Giancarlo, Uruguay, “Auf of Cards”. Federcalcio commissariata tra scandali e sospetti, Tropico del Calcio

SEU Adriano, Scioperi e scandali, in Argentina “la pelota se manchó”, Mondo Futbol

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