Il Mondiale per Club non è più un affare Europa-Sudamerica

Per 45 anni, il trono del calcio mondiale è stato condiviso tra club di Europa e Sudamerica, come se nessun’altro giocasse al pallone nel resto del pianeta. E, a guardare l’albo d’oro dei Mondiali – quelli con le nazionali – non sembrava così falso: messo da parte il terzo posto degli Stati Uniti nel 1930 – in un Mondiale rimaneggiato, con pochissime europee – la Corea del Sud di Guus Hiddink nel 2002 è stata l’unica squadra non euro-americana a salire sul podio della Coppa del Mondo. Eppure solo tre anni dopo quel risultato, la Fifa metteva le sue mani sulla vecchia Coppa Intercontinentale e decideva di aprirla ai club di ogni angolo del mondo.

Da allora, le cose sono cambiate di molto. I club sudamericani detenevano il dominio dell’Intercontinentale – 22 vittorie, contro le 21 degli europei – con un picco di sette vittorie consecutive nel corso degli anni Ottanta; ma sono appena tre i titoli conquistati al Mondiale per Club in quattordici edizioni, e in quattro occasioni il vincitore della Libertadores non ha neppure raggiunto la finale contro i rivali europei.

Non è semplice dare una spiegazione univoca della crisi del calcio sudamericano e della contemporenea ascesa di quello africano e asiatico, ma è abbastanza evidente che, da tempo, i club brasiliani, uruguayani e argentini sono entrati in un periodo di difficoltà senza precedenti. Negli ultimi anni, il calcio sudamericano è andato livellandosi, e non è più così inusuale che club di nazioni minori – Ecuador, Paraguay, Colombia, Messico – riescano a raggiungere la finale della Libertadres. Questo succede anche perché le società europee diventano sempre più spietate sul mercato sudamericano, sottraendo i talenti locali in giovanissima età, prima che possano maturare abbastanza da condurre il proprio club  a un titolo continentale: il caso più emblematico è quello di Vinicius Junior, astro nascente del Flamengo che, appena compiuti diciotto anni, si è trasferito al Real Madrid senza alcun trofeo conquistato con i brasiliani.

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I giocatori del TP Mazembe festeggiano un gol nel match contro l’Internacional, che ha visto come marcatori Mulota Kabangu e Dioko Kaluyituka.

Per contro, le società sudamericane sono ormai diventate un luogo di ritorno per vecchi giocatori reduci dalle esperienze – non sempre soddisfacenti – all’estero. Tra le stelle dei club che si sono contesi la Libertadores negli ultimi anni ritroviamo gente come Ronaldinho all’Atletico Mineiro nel 2013, Leandro Romagnoli al San Lorenzo nel 2014, Fernando Cavenaghi al River Plate nel 2015, e anche quest’anno i grandi nomi del Superclasico erano l’ex-Genoa Lucas Pratto, l’ex-Real Madrid e Roma Fernando Gago, e ovviamente Carlos Tevez.

I casi dei club africani sembrano frutto di uno strano caso, non avendo particolari fenomeni in campo né organizzazioni di gioco notevoli; probabilmente, le loro vittorie sono da spiegare con motivazioni atletiche e psicologiche. Discorso diverso per le squadre asiatiche, che possono fare affidamento su risorse economiche lontane anni luce dalle disponibilità dei rivali sudamericani, e attraverso le quali possono mettere le mani su allenatori e giocatori esperti, ma ancora non vecchissimi: pensando proprio a Tevez, a trentaquattro anni ha fatto ritorno al Boca Juniors dopo un’esperienza in Cina. Ma i soldi degli asiatici vengono investiti anche in strutture sportive, scouting e gestione societaria, andando a ridurre progressivamente il gap iniziale con la tradizione calcistica sudamericana.

 

TP Mazembe (2010)

È significativo che il primo club non euro-americano in finale al Mondiale per Club arrivi dalla Repubblica Democratica del Congo, un tempo nota come Zaire, prima nazione dell’Africa Nera a raggiungere la fase finale di un Mondiale, nel 1970. Quarant’anni dopo, il club di Lubumbashi stendeva con un secco 2-0 i brasiliani dell’Internacional – che schieravano gente come Andres D’Alessandro, Leandro Damiao e Rafael Sobis – ad Abu Dhabi, raggiungendo la finale contro l’Inter del Triplete.

Stella di quel Mazembe era il trequartista congolese Dioko Kaluyituka, che era stato il bomber della squadra nella vittoria nella Champions League africana e fu votato come secondo miglior giocatore del Mondiale per Club dietro Samuel Eto’o – a sua volta primo, e finora unico, calciatore non euro-americano a ricevere il premio – per poi passare una carriera comoda e ricca in Arabia Saudita e Qatar. Di quella formazione, in pochi hanno tentato l’avventura europea – i centrocampisti Mulota Kabangu e Mbenza Bedi, entrambi all’Anderlecht, e il difensore Stophira Sunzu, con Sochaux, Lille e Metz – ma sempre con scarso successo.

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L’ivoriano Kouko Guehi, accanto al compagno centrafricano Vianney Mabidé, dopo la vittoria sull’Atletico Mineiro, con indosso la maglia numero 10 di Ronaldinho.

Raja Casablanca (2013)

Addirittura il Pallone d’Oro Ronaldinho, all’epoca all’Atletico Mineiro, dovette arrendersi ai marocchini campioni d’Africa, con un inappellabile 3-1. Il Raja, club tradizionalmente legato alle classi popolari di Casablanca, aveva all’epoca appena conquistato il suo undicesimo campionato marocchino – che è anche l’ultimo, al momento – ed era forte del fatto di giocare il torneo in casa, visto che per la prima volta il Mondiale per Club si disputava in un paese africano.

Anche i suoi giocatori, come quelli del Mazembe, non hanno avuto particolare fortuna dopo la finale, ma quello più rappresentativo era l’attaccante Mouhcine Iajour, cannoniere del torneo – assieme a Dario Conca, Ronaldinho e César Delgado – con due reti, che in precedenza aveva vestito, senza troppo clamore, le maglie di Chiasso e Charleroi. Piccola curiosità: nella rosa del Raja Casablanca figurava anche l’attaccante congolese Déo Kanda, che militava nel Mazembe tre anni prima.

 

Kashima Antlers (2016)

Anche i primi finalisti asiatici hano raggiunto il match decisivo – perso solo ai supplementari contro il Real Madrid – giocando in casa. I giapponesi, noti soprattutto per aver avuto tra le proprie stelle degli anni Novanta Zico e Leonardo, avevano vinto il loro ottavo scudetto, ma sono anche stati i primi finalisti del Mondiale per Club a non aver conquistato la coppa continentale, andata invece ai coreani dello Jeonbuk Hyundai, eliminati anzitempo dai messicani dell’America. Il Kashima raggiunse la finale sconfiggendo nettamente per 3-0 i colombiani dell’Atletico Nacional di Franco Armani, il futuro portiere dell’Argentina e del River Plate.

Perno del Kashima era indubbiamente il capitano Mitsuo Ogasawara, leader del centrocampo e tra i giocatori più noti di tutto il Giappone, con una fugace esperienza giovanile al Messina. Ma della rosa vanno ricordati anche giocatori come l’ex-Norimberga e Portimoense Mu Kanazaki, il difensore Naomichi Ueda, successivamente approdato al Cercle Bruges, e soprattutto il regista Gaku Shibasaki, che dopo la finale ha vestito le maglie di Tenerife e Getafe.

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Gaku Shibasaki, in azione contro il Real Madrid. Con il Kashima ha disputato 174 match segnando 17 reti, e col Giappone ha giocato la Coppa d’Asia 2015 e i Mondiali 2018.

Al-Ain (2018)

Per la quarta volta il Mondiale per Club si è disputato negli Emirati Arabi, e per la prima volta un club locale – prima squadra araba della storia – ha raggiunto la finale. Il risultato a sorpresa è maturato in seguito alla clamorosa vittoria ai calci di rigore sul River Plate, fresco vincitore di una travagliata Copa Libertadores. Tredici campionati nazionali e una sola Champions League asiatica nel lontano 2003, l’Al-Ain ha avuto più fortuna dei campioni d’Asia del Kashima Antlers, che si sono trovati davanti, come nella finale di due anni prima, il Real Madrid.

Nonostante ciò, l’Al-Ain corrisponde in pieno al modello di club arabo di questi tempi, che unisce allenatori con esperienza europea – il croato ex-Dinamo Zagabria Zoran Mamic, primo europeo a raggiungere la finale del torneo con un club di un altro continente – a vecchie glorie come lo svedese Marcus Berg, autore del gol che ha eliminato l’Italia dai Mondiali di Russia 2018, e a talenti locali. Tra questi ultimi vanno citati soprattutto due promesse mai pienamente sbocciate come la punta Ahmed Khalil e il fantasista Omar Amoory Abdulrahman, nato in Arabia Saudita ma naturalizzato emiratino a soli quattordici anni per poter giocare in nazionale.

 

Fonti

CLARI Valerio, Mondiale, miracolo Mazembe; Internacional, sconfitta storica, La Gazzetta dello Sport

-GAMBA Emanuele, I mercanti e i poteri che hanno spento il Sudamerica, La Repubblica

Mondiale per club, la favola Raja: ora la sfida impossibile al Bayern Monaco, La Repubblica

SEU Adriano, Mondiale per club, Al-Ain, che impresa: River Plate battuto ai calci di rigore, La Gazzetta dello Sport

STAMERRA Luca, Real Madrid campione, ma che fatica contro il Kashima Antlers: 4-2, decisivo Ronaldo, Eurosport

VENDEMIALE Lorenzo, Brasile 2014, talenti all’estero troppo presto: così nasce la crisi del calcio carioca, Il Fatto Quotidiano

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