Andrade: Il primo dei primi

Nella linea mediana, questo omaccione dal corpo di gomma spazzava il pallone senza toccare l’avversario e quando si lanciava all’attacco, chinando il corpo, seminava un mare di giocatori. In una delle partite attraversò mezzo campo con il pallone addormentato sulla testa. Il pubblico lo acclamava, la stampa francese lo chiamava “la meraviglia nera.” – Eduardo Galeano

Per tradizione antropologica siamo infatuati dai primi. Il primo in classifica, il primo ad aver fatto quella cosa, il primo ad aver espresso un concetto. Primi, primi e sempre primi. A questa particolare e ovvia inflessione dell’essere umano se ne unisce paradossalmente una seconda: la scarsa memoria storica. Come puoi apprezzare i primi se non ti ricordi cosa è successo oltre dieci anni fa?

Quando si parla di calcio si finisce sempre, bene o male, a parlare di calciatori e di fuoriclasse; ebbene, il primo fuoriclasse della storia del calcio è stato José Leandro Andrade, la maravilla negra. Ed è subito un bel colpo, non solo perché il mondo lo ha scoperto trentaquattro anni prima di Pelé, alle Olimpiadi di Parigi del 1924, ma perché José Leandro Andrade era nero, e in un mondo del calcio pieno di tifosi supponenti, ignoranti e maliziosamente razzisti, i “negri sanno solo correre veloce e finita lì”.

Se c’è una cosa, invece, che i “negri” sanno fare davvero bene è vivere -e spesso pure morire- in povertà. Quando José Leandro nacque -il 20 novembre del 1901, a Salto in Uruguay- l’uomo che si supponeva essere suo padre, José Ignacio Andrade, era un mezzo mago di 98 anni forse scappato dalla schiavitù in Brasile e molto legato alle sue lontane origini africane; sua madre, invece, era una donna argentina: sorte vigliacca, in età adulta Andrade avrebbe strappato via dai piedi argentini sia un oro olimpico che un titolo mondiale, e la patria materna avrebbe dovuto attendere 48 anni per avere una nuova occasione. Dal nord-ovest del paese -che più di recente ha dato i natali al Matador Cavani e al Pistolero Suarez- fino alla capitale Montevideo, Andrade non ci arrivò per il calcio, ma perché semplicemente era un figlio di nessuno e solo la zia materna, che viveva nel barrio chiamato Palermo ma abitato per lo più dagli afroamericani, se la sentiva di tirarlo su. Passò anni dividendosi tra lavoracci come il lustrascarpe e il ragazzo dei giornali -quello che stava agli angoli delle strade del centro a strillare le ultime notizie con un fascio di carta inchiostrata sotto braccio- e quando poteva correva a dedicarsi alla sua vera passione. Il calcio? No, la musica: José Leandro Andrade era un promettente polistrumentista in erba, che suonava il tamburello e il violino alle parate cittadine e al Carnevale, impregnato di quella miscellanea culturale afro-indios che è il candombe.

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Ma parliamo di calcio, snoccioliamo un po’ di nomi e numeri: ancora ragazzino finì a giocare in un piccolo club chiamato Miramar Misiones, e fu lì che capirono che quel ragazzo aveva le qualità per diventare un mediano di valore. Era alto, veloce, agile e potente, e aveva una personalità in mezzo al campo come pochi altri: la sua strada era il calcio, pensarono in tanti, e nel 1921 firmò il suo primo contratto da professionista -che a quei tempi voleva dire fare ben pochi soldi, per la verità- con il Bella Vista di Montevideo, dove venne per lo più impiegato come ala destra, visti il passo svelto e il gran controllo di palla. Arrivò in nazionale, già che c’era, primo giocatore del club a ricevere una convocazione nella Celeste. Era nero, ma gli andava bene che in Uruguay ci fossero abituati ai campioni di colore (a differenza del Brasile, per dire): senza quel mezzo africano di Isabelino Gradín, non avrebbero certo vinto la Copa America nel 1917, e quindi almeno in campo si poteva essere tutti uguali.

A Parigi, nel 1924, gli europei scoprirono che il calcio si giocava anche fuori dal loro continente, e che soprattutto lo si giocava meglio: l’Uruguay stravinse l’oro olimpico e Andrade fu il suo trascinatore. Di giorno monopolizzava il campo da calcio tanto quanto di notte i locali del centro; di giorno gli uomini accorrevano allo stadio per vederlo giocare, e di sera le donne accorrevano alle sale da ballo per vederlo danzare. E lui le conquistava e le amava tutte, compresa addirittura la ballerina e attrice Josephine Baker, quella che un certo Ernest Hemingway definì “la donna più sensazionale che sia mai stata vista”.

Al ritorno in patria era ormai una leggenda: firmò un nuovo contratto, molto più lauto, con il Nacional, club con il quale conquistò quattro campionati e tre coppe nazionali, mettendoci in mezzo anche un secondo oro olimpico, ad Amsterdam 1928. E, nel frattempo, appariva puntualmente alle feste carnevalesche per le strade di Montevideo, sempre in testa alla parata, in costume, a suonare e ballare. Uno stile di vita sfenato, trent’anni prima di George Best, che di certo non giovava al fisico: neppure trentenne, al momento dei Mondiali casalinghi del 1930, Andrade era una leggenda ma molto meno determinante che in passato; l’allenatore Suppici allora, che era uomo dall’occhio e dalla testa raffinati, lo posizionò come centrocampista difensivo, ne ridusse il raggio d’azione e lo trasformò nel perno d’equilibrio della squadra. E fu un altro titolo, stavolta ufficialmente mondiale. Fu il miglior giocatore del torneo e chiuse degnamente la sua carriera in nazionale: tre medaglie d’oro, nessuno aveva fatto così tanto.

I tabellini della carriera che girano sulle pagine Wikipedia ci dicono che l’anno seguente si trasferì ai rivali cittadini del Peñarol, vinse altri due campionati e due coppe nazionali, con alcune brevi parentesi nella vicina Argentina -prima con l’Atlanta e poi con il Lanus, sempre a Buenos Aires- per chiudere di nuovo in patria con il Wanderers, nel 1935. Qui iniziarono i guai.

José Leandro Andrade non era un semplice calciatore degli anni Venti-Trenta: era un mito, o per lo meno lo era stato, e non è semplice adattarsi a un nuovo stile di vita. Così, banalmente, Andrade non lo fece: continuò a suonare, ballare, bere e divertirsi, sia a Montevideo che, quando capitava, a Parigi; mentre i suoi ex-compagni si reimpiegavano come allenatori, dirigenti, o con altri onesti lavori, Andrade scialacquava e viveva. Si sa: gli alcolisti non sono bravi a tenersi un lavoro, e più passa il tempo più le cose peggiorano. Aggiungici che stava perdendo completamente la vista da un occhio, probabilmente a causa di quell’involontaria testata contro il palo che aveva preso durante il match con l’Italia, ad Amsterdam 1928. Lo si vide qualche anno più tardi, completamente stravolto: la Federazione uruguaiana lo aveva invitato al Maracanà di Rio de Janeiro, per assistere alla finale del Mondiale brasiliano tra i padroni di casa e la Celeste, nella quale giocava pure suo nipote, Victor Pablo Andrade: vent’anni esatti dopo il primo clamoroso titolo vinto con l’Uruguay, José Leandro Andrade rivide i suoi sollevare la Coppa Rimet.

Poi sparì di nuovo. Il giornalista tedesco Fritz Hack lo trovò nel 1956, in una catapecchia di Montevideo, praticamente irriconoscibile; Andrade non volle nemmeno parlargli, ma la donna -sua sorella, a quanto pare- che lo condusse lì mostrò ad Hack una scatola di cartone, di quelle che si usano per le scarpe, contenente l’ultimo straordinario tesoro della Maravilla Negra. Morì un anno più tardi, distrutto dalla tubercolosi: prima di lui, nel calcio esistevano solamente giocatori mediocri e giocatori forti; dopo José Leandro Andrade dovettero iniziare a parlare anche dei fuoriclasse, quelli che non ci sanno stare in una categoria, perché sgusciano via, ti dribblano, segnano e poi scompaiono nel nulla, e non li ritrovi più. In quella scatola di cartone sudicio, Fritz Hack immerse la mano come dentro quelle viscide scatole del mistero al parco giochi, e quello che ne tirò fuori furono tre belle lucidissime medaglie d’oro.

Fonti

CERASUOLO Gianni, La mezzala cieca, Succede Oggi

-GALEANO Eduardo, Splendori e miserie del gioco del calcio, Sperling & Kupfer

OLIVER Brian, Before Pelé there was Andrade, The Guardian

URSO Graziana, José Leandro Andrade, la Maravilla Negra, Storie di sport

WEEKS Jim, The myth and magic of José Leandro Andrade, Vice Sports

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